Sorrento 2026. Diario di una campagna elettorale – Settimana 2: la fiducia come posta in gioco
Nella seconda settimana di campagna elettorale, il confronto pubblico a Sorrento entra in una fase più densa e, per certi versi, più rivelatrice. Non perché siano improvvisamente emerse soluzioni definitive ai problemi della città, ma perché si chiarisce meglio la natura stessa della competizione: non una semplice alternanza tra candidati, ma un passaggio più delicato, in cui si intrecciano memoria, responsabilità, aspettative e, soprattutto, una domanda diffusa di fiducia.
Per comprendere ciò che accade, è necessario partire da un dato che non è solo tecnico, ma profondamente politico. Sorrento torna al voto dopo un anno di gestione commissariale e lo fa all’interno di una cornice amministrativa definita da prescrizioni stringenti del Ministero dell’Interno. Non si tratta di raccomandazioni generiche, ma di indicazioni operative che impongono al Comune, entro sei mesi, di dimostrare di aver ristabilito condizioni di piena legalità, trasparenza e regolarità procedurale.
Questo significa che la futura amministrazione non si troverà soltanto a governare una città con problemi noti – traffico, turismo, casa, servizi – ma dovrà, prima ancora, rimettere in ordine la macchina comunale, ricostruendo credibilità istituzionale sotto lo sguardo attento dello Stato. È una condizione che segna profondamente la campagna: la politica torna, ma non torna da sola; torna accompagnata da vincoli, controlli e da una responsabilità immediata di funzionamento.
Dentro questa cornice, anche il modo in cui i candidati si presentano assume un significato diverso. Nella seconda settimana, molti candidati al Consiglio comunale hanno iniziato a esporsi pubblicamente attraverso post, dichiarazioni, interventi. Colpisce il tono di questi testi: raramente trionfalistico, spesso invece riflessivo, talvolta persino esitante; le competenze professionali, il radicamento cittadino, la cura, lo sport, l’identità popolare e la prossimità quotidiana diventano modi diversi per costruire affidabilità pubblica. Non si tratta soltanto di dire “mi candido”, ma di spiegare perché farlo oggi, in questo contesto, non debba essere letto come ambizione personale o opportunismo. La candidatura viene spesso rappresentata come una forma di responsabilità, quasi un’esposizione necessaria: metterci la faccia, assumersi un rischio, accettare uno sguardo pubblico che si sa essere diffidente.
Accanto a questa esposizione diffusa, emergono anche forme di presenza più defilata. Non tutti i candidati, infatti, scelgono la stessa intensità comunicativa sui social: in alcuni casi, anche figure con esperienza istituzionale significativa nella precedente consiliatura mantengono un profilo più silenzioso, affidando la propria candidatura a reti relazionali e percorsi già consolidati più che alla visibilità digitale.
In questa fase, prima ancora dei programmi, emerge una domanda implicita che attraversa tutta la campagna: perché dovremmo fidarci di te? E ogni candidatura sembra costruirsi come una risposta, più o meno esplicita, a questa domanda.
A questa richiesta di fiducia corrisponde, dall’altra parte, una forma di partecipazione civica che si fa più attenta, talvolta più aspra, ma certamente non passiva. Una parte dei cittadini non si limita a seguire la campagna, ma prova a ricostruire percorsi, appartenenze, precedenti esperienze politiche, trasformando i social in una sorta di archivio pubblico della memoria elettorale. Compaiono tabelle, confronti tra liste del 2020 e del 2026, richiami a ruoli ricoperti, a presenze, a vicinanze. Il punto non è soltanto stabilire chi sia “nuovo” e chi no, ma evitare che il voto produca una rimozione troppo rapida del passato. In questo senso, la memoria diventa uno strumento politico: non per giudicare penalmente, ma per interrogare la responsabilità, anche quella per prossimità, per silenzio, per mancata vigilanza.
Accanto a questa memoria vigile, emergono anche toni più duri: il tema del “riciclo”, la critica ai passaggi da una lista all’altra, il sospetto che il cambiamento sia più dichiarato che reale. Non sempre si tratta di interventi equilibrati, ma sarebbe un errore leggerli soltanto come eccessi polemici. Dentro questa ruvidità si riconosce una frattura ancora aperta tra cittadini e rappresentanza.
A conferma di questa tensione, anche un post critico pubblicato da un candidato al Consiglio comunale e poi rapidamente ridimensionato mostra quanto, in questa fase, la comunicazione politica sia fragile: una riflessione personale può trasformarsi in poche ore in caso mediatico, essere letta come segnale di frattura interna e poi rientrare attraverso precisazioni successive. È un episodio minore, forse, ma utile a capire quanto la campagna sia esposta alla velocità dei social e alla continua interpretazione pubblica di ogni parola.
Allo stesso tempo, non manca un’altra forma di partecipazione, più orientata alla costruzione di spazi di confronto: i gruppi “Partecipa – Penisola Sorrentina” e “Fuori copione”, ad esempio, provano a riportare il dibattito sui programmi, proponendo momenti pubblici di discussione tra i candidati. Sono tentativi, ancora fragili, di riequilibrare una campagna che altrimenti rischierebbe di rimanere schiacciata tra sospetto e personalizzazione. Resta da capire se e come i candidati sindaco – Ferdinando Pinto, Corrado Fattorusso e Raffaele Attardi – accoglieranno questi inviti, e in quali tempi e modalità tali confronti potranno effettivamente realizzarsi.
In questo quadro, assume un ruolo importante il lavoro di informazione e mediazione svolto da alcuni attori locali. In particolare, va segnalato il lavoro di Antonino Siniscalchi su Facebook, che ha costruito una sorta di tribuna elettorale scritta, offrendo ai tre aspiranti sindaco uno spazio comparabile di presentazione biografica, programmatica e politica. Si tratta di un passaggio significativo, perché introduce un elemento di ordine dentro una campagna che, soprattutto sui social, appare frammentata e discontinua. Attraverso uno schema comune di domande e risposte, i tre candidati sono messi nella condizione di confrontarsi su temi analoghi, rendendo più leggibili le differenze, ma anche le somiglianze.
Ed è proprio questo uno dei dati più interessanti della settimana: i problemi sono largamente condivisi – casa, mobilità, turismo, macchina comunale, servizi – mentre la competizione si sposta sulla credibilità delle soluzioni e sulla capacità di rappresentare una reale discontinuità. Tra questi temi, l’emergenza abitativa appare sempre più centrale: non solo come questione sociale, ma come indicatore della trasformazione profonda della città, dove la crescita dell’accoglienza turistica riduce progressivamente lo spazio della residenza stabile.
È in questo passaggio che la campagna comincia a spostarsi, lentamente, dal “chi siete?” al “che città immaginate?”. I programmi, laddove sono disponibili o ricostruibili, non sono soltanto elenchi di interventi, ma vere e proprie diagnosi della condizione sorrentina.
Nel caso di Ferdinando Pinto, il programma si presenta come un progetto di ricostruzione civile, amministrativa e morale. La città viene descritta come ferita e umiliata da vicende recenti, e la risposta proposta è una combinazione di rigore istituzionale, riorganizzazione della macchina comunale e attenzione ai residenti, soprattutto attraverso misure redistributive che intendono riequilibrare gli effetti del turismo.
Raffaele Attardi, invece, utilizza un registro diverso, più simbolico e sistemico. La sua lettura insiste sul processo di “turistificazione”, visto come trasformazione profonda che incide su identità, economia e relazioni sociali. Sorrento viene immaginata come un “giardino” da custodire, in cui sviluppo economico, equilibrio ambientale e coesione sociale devono tornare a crescere insieme. È una visione meno tecnico-amministrativa, costruita più come manifesto di orientamento che come programma dettagliato, ma proprio per questo capace di proporre una lettura più ampia dei processi in atto. La sua stessa insistenza sul fatto che “non esiste il sindaco Superman” sposta l’attenzione dalla figura salvifica del leader alla necessità di ricostruire una struttura amministrativa capace di funzionare.
Per quanto riguarda Corrado Fattorusso, nella settimana osservata la proposta appare ancora affidata prevalentemente a interviste, dichiarazioni e interventi pubblici, più che a un documento programmatico organico consultabile. Tuttavia, da questi interventi emergono alcuni elementi ricorrenti: una forte insistenza sulla necessità di far ripartire immediatamente la macchina comunale, l’idea che la legalità debba essere praticata come metodo interno e quotidiano, e un richiamo frequente al tema dell’orgoglio civico e della responsabilità condivisa. In questa fase, la candidatura sembra concentrarsi soprattutto sulla capacità di governare da subito una situazione complessa, segnata da vincoli amministrativi stringenti, trasparenza procedurale e domanda di concretezza. Anche il richiamo a confronti pubblici tra i candidati sindaco, con regole condivise e par condicio, rafforza questa postura: meno costruzione simbolica, maggiore insistenza sul metodo, sulle garanzie e sulla correttezza del confronto.
Ne emerge, nel complesso, una pluralità di immagini della città: una città da rialzare, una città da riequilibrare, una città da riorganizzare dall’interno. Non tanto visioni incompatibili, quanto accenti diversi su ciò che viene ritenuto più urgente.
Accanto a questi tentativi di strutturare il confronto, la settimana registra anche un aumento del livello polemico. Alcuni interventi giornalistici e molte discussioni sui social mettono in dubbio la narrativa del cambiamento, sottolineando la presenza di figure già note, di reti relazionali consolidate, di sostegni politici riconoscibili.
Espressioni ironiche o critiche – come quella di “archeo-elezioni” – intercettano una domanda reale: quanto c’è di nuovo, davvero, in questa campagna che parla continuamente di discontinuità? Anche gli endorsement, espliciti o impliciti, di ex sindaci (di Sorrento o del comprensorio) vengono letti come segnali di continuità con assetti precedenti, così come la dinamica degli attacchi anonimi sui social ripropone pratiche già viste. In questo senso, la discontinuità non sembra un dato acquisito, ma una pretesa che ciascun candidato deve continuamente dimostrare, sotto lo sguardo di una comunità che tende a interpretare ogni gesto alla luce del passato.
Se si dovesse individuare un filo che attraversa tutta la seconda settimana, questo sarebbe proprio la fiducia. I candidati cercano di costruirla, esponendo biografie, competenze, intenzioni. I cittadini la mettono alla prova, ricordando, confrontando, talvolta contestando. Il giornalismo prova a organizzarla, offrendo strumenti di lettura comparativa. Le polemiche, infine, la erodono o la rafforzano, a seconda dei punti di vista.
Pertanto, la domanda decisiva non è ancora chi vincerà, ma chi sarà ritenuto sufficientemente credibile da governare una città che non chiede soltanto amministrazione, ma anche una forma di ricostruzione morale e istituzionale. In tal senso, il nodo riguarda chi sarà in grado di farlo dentro un Comune che, prima ancora di tornare a decidere, dovrà dimostrare di saper funzionare e di essere nuovamente riconosciuto come istituzione affidabile.
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