Piano di Sorrento, addio Mario Dolcetti. Oggi il mondo è diventato un posto un po’ più vuoto
Addio Mario Dolcetti
Oggi il mondo è diventato un posto un po’ più vuoto.
Ci ha lasciato Mario Dolcetti, e con lui se ne va una di quelle rare persone che non si dimenticano mai — non perché abbiano fatto cose straordinarie davanti alle telecamere del mondo, ma perché hanno cambiato silenziosamente, profondamente, il modo in cui le persone intorno a loro guardavano la vita.
Ho avuto il privilegio immenso di averlo come professore prima, e come amico dopo. Ma già definirlo “professore” sembra riduttivo, quasi un torto. Mario era un maestro. E c’è una differenza enorme, abissale, tra le due parole.
Insegnava matematica. Almeno, così diceva il registro di classe.
Perché poi entrava in aula — a volte con la maglietta del Che Guevara, capace di far alzare un sopracciglio anche al più sonnolento dei ragazzi — e lì la matematica lasciava spazio a qualcosa di più grande. Si parlava di filosofia, di giustizia, di libertà, di come funziona davvero il mondo. Per noi studenti di ragioneria, la filosofia era roba da un altro pianeta. Ma Mario aveva il dono raro di rendere tutto comprensibile, tutto vivo. Usava i libri di Luciano De Crescenzo come ponti tra il pensiero antico e la nostra giovinezza confusa, e le ore volavano — quelle ore che di solito sembravano non finire mai.
Le ore volavano, e noi non ce ne accorgevamo nemmeno. Eravamo troppo occupati a pensare.
Mario ci ha dato qualcosa che non si trova nei programmi ministeriali: le coordinate.
Quelle coordinate interiori che poi, negli anni, ci hanno guidato. Verso l’impegno nel sociale. Verso la difesa dei diritti delle minoranze, dei lavoratori, di chi non ha voce. Verso la tutela dell’ambiente — lui che col WWF ci aveva collaborato spesso, con quella coerenza silenziosa che è la forma più alta di integrità.
Ma soprattutto — e questo è il regalo più grande — ci ha insegnato a ragionare con la nostra testa.
A mettere in discussione il potere. Qualsiasi potere. Anche quello degli insegnanti. Anche quello della scuola stessa. Con rispetto, ma senza timore. Con curiosità, mai con rassegnazione.
Era una mente libera, Mario. Libera davvero — non di quella libertà di facciata che spesso si esibisce, ma di quella più difficile e più rara, quella che si costruisce giorno dopo giorno scegliendo di non piegarsi al conformismo, di non abbassare la testa davanti alle comode verità già confezionate.
E quella libertà cercava di trasmetterla a noi. Ci riusciva.
Mancherà. Certo che mancherà.
Mancherà la sua voce, il suo sorriso, quella maglietta, quegli sguardi che dicevano “dai, ragiona, ce la fai”. Mancherà la sensazione di essere in classe con lui e sentirsi, per una volta, davvero ascoltati. Davvero presi sul serio.
Ma Mario Dolcetti non muore del tutto. Non può.
Perché le sue idee, i suoi insegnamenti, il suo modo di stare al mondo — tutto questo vive ancora. Vive in noi, nei suoi ex alunni che hanno imparato ad alzare la testa. Vive in chi si batte ancora oggi per qualcosa in cui crede. Vive ogni volta che qualcuno sceglie di pensare invece di obbedire.
Le menti libere non muoiono davvero. Continuano a fare domande attraverso chi le ha amate.
Grazie, Mario. Per tutto.
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