Tra risate e commozione, a “Che tempo che fa” la lettera di Luciana Littizzetto per Ornella Vanoni – Il testo completo
Una televisione capace di fermarsi, ascoltare e ricordare. È quella che ieri sera Fabio Fazio ha portato nelle case degli italiani con uno speciale di “Che tempo che fa” dedicato a Ornella Vanoni, protagonista di una serata intensa, fatta di affetto, memoria e sorrisi. Un omaggio costruito sul tono che più le appartiene: leggero e profondo allo stesso tempo, capace di far convivere la commozione con l’ironia.
Al centro della puntata il rapporto umano e professionale che legava Ornella Vanoni a Fabio Fazio, un legame cresciuto negli anni e diventato nel tempo una vera amicizia, fatta di stima reciproca, confidenze e una complicità rara nel mondo dello spettacolo. Sul palco, accanto a lui, anche Luciana Littizzetto, presenza imprescindibile, capace di restituire verità ed emozione senza rinunciare al sorriso.
È stata proprio la Littizzetto a regalare uno dei tanti momenti intensi della serata, leggendo una lettera indirizzata a Ornella, un testo personale e affettuoso che ha ripercorso frammenti di vita condivisa. Tra le righe, il ricordo dei giorni difficili trascorsi in ospedale, quando le telefonate dell’amica — dirette, schiette, a volte spiazzanti — si sono rivelate un sostegno prezioso, più efficace di qualunque cura.
Con il suo stile inconfondibile, Luciana ha saputo alternare tenerezza e ironia, prendendo bonariamente in giro gli improbabili consigli alimentari di Ornella, ma sottolineando quanto quelle conversazioni quotidiane rappresentassero un’ancora di salvezza, un modo per sentirsi meno soli nei momenti più fragili.
Un racconto sincero, che ha reso evidente quanto dietro le grandi figure dello spettacolo ci siano persone vere, legami autentici e un’amicizia capace di attraversare il tempo, la malattia e le risate. A seguire, la lettera di Luciana Littizzetto: un omaggio intimo, diretto, profondamente umano.
«Cara Ornella, anzi, L’Ornella con l’articolo davanti per ribadire che eri unica. La diva che non faceva la diva e con la scocciatura incorporata. Vedi, siamo tutti qui per te, qui e a casa. Le persone che ti hanno voluto bene, i tuoi colleghi, il tuo teatro, la tua città. Perché se Roma ha la Lupa e Cremona ha la Tigre, Milano ha l’Ornella. Voglio farti una confessione, dirti una cosa che non ti ho mai detto. Ti ricordi quando sono stata male l’anno scorso e tu mi chiamavi per darmi consigli di dieta? Molto yogurt, biscotti, parmigiano, olive, Ornella ora te lo posso dire: i consigli non funzionavano. Avevi tanti talenti, ma quello medico proprio no. Però le tue chiamate mi hanno fatto meglio di tante medicine, perché tu chiamavi. Oh se chiamavi, tutti. Telefonate lunghissime e infinite. Quando dall’altro capo sentivamo la tua voce iniziavamo a disdire gli appuntamenti per la sera.
Però che privilegio parlare con te, godere della profonda leggerezza di cui tu sola eri capace. Con le tue canzoni hai sollevato morali, salvato serate, fatto ballare e piangere, innamorare e tradire, sotto la pioggia, lungo i marciapiedi delle città, sulla sabbia del lungomare. La tua voce è passata per onde lunghe e medie, dal vinile alla cassettina, dalla cassettina al cd, dal cd al digitale, rimanendo sempre la stessa. Quel tuo modo di cantare così indolente, come se stessi parlando a uno solo ma quell’uno fossimo tutti. A voce bassa, che non urlava mai e per questo arrivava più lontano. E poi tu facevi ridere Ornella, come sanno fare solo le persone che vivono con i piedi in questo pianeta ma con il cervello gironzolano in direzioni sconosciute.
Tu altera, elegante, seducente, un filo di tacco e un filo di trucco, corpo da mostrare anche in vecchiaia. Quando le altre hanno smesso tu hai continuato, décolleté generoso, spallina del reggiseno a vista, rossetto e cioccolato. Amante e amata, vanitosa fino all’ultimo giorno. Hai dimostrato che si può invecchiare dicendo la verità, senza chiedere scusa per ogni ruga. Intensa e volubile, libera e disinibita. Hai insegnato a generazioni di donne che si può essere fragili senza essere patetiche, innamorate senza essere possedute. E che a volte essere amanti, essere l’altra non significa essere sbagliate.
Il tuo tempo speso a vivere e cantare l’amore, ma non quello pettinato, quello sbilenco, storto, che fa male, che ti lascia sola, che ti butta giù, che ti fa dire che bisogna imparare ad amarsi. Lo ripetevi anche a te stessa e sapevi benissimo quanto è complicato. E poi la tua passione per il Brasile, cantandolo hai portato la saudagi a Milano, che per qualche minuto diventava più morbida e l’idroscalo quasi sembrava Ipanema, quasi. Era bello il tuo modo di stare al mondo, fisico, carnale, ti piaceva parlare a tanto così dal naso, appiccicata all’altro, perché era come se dicessi ‘stiamo vicini vicini’. Baciavi tutti, abbracciavi tutti, toccavi tutti, nel senso bello perché spontaneo e innocente. In un mondo che ha smesso di accarezzarsi, tu accarezzavi. Le mani sulle braccia, i baci sulle guance, gli occhi negli occhi.
Non avevi paura di morire Ornella, avevi paura di annoiarti perché eri appassionata di vita, la masticavi a bocconi grossi. Ti piaceva il giallo, perché ti dava gioia, il gelato perché ti consolava, la Marijuana perché ti stuonava e così riuscivi a dormire. Ma soprattutto te ne fregavi delle apparenze, dei modi a modo, delle carinerie da salotto, del bonbon fasullo e delle maniere ipocrite di stare davanti al pubblico, alla gente, a noi. Per questo ti amavamo e lo facciamo ancora. Vabè non ti disturbo più Ornella, non vorrei che questa letterina diventasse come una tua chiamata.
Però voglio ricordare di te un’ultima cosa, il tuo hobby: guardare il mare. E la tua passione, Venezia, che non è solo una città, è una malinconia che galleggia senza mai affondare. Un po’ come te. E ora mi piace immaginarti così, al tavolino di un bar che si affaccia sulla laguna con un cameriere che ti versa un calice di Champagne, un cameriere benissimo ovviamente. Grazie di tutto Ornella, sappi che qui noi continuiamo ad ascoltarti. Un po’ commossi, un po’ malinconici, come quando finisce una canzone bellissima e nessuno applaude subito, perché non vuole romperla. Che sia sempre buona vita e che sia buono il tempo. Ah, se lassù fai fatica a dormire, chiedi: qualcuno che sa rollare lo trovi di sicuro».
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