Positano, quando il paese aveva una “dimensione umana”: memoria, nostalgia e riflessione nel racconto di Giovanni Fucito
Ci sono parole che non sono semplici ricordi, ma vere e proprie fotografie dell’anima di una comunità. Il post di Giovanni Fucito è uno di questi: un viaggio nella memoria che, partendo dal Natale, riporta alla luce un tempo in cui il paese aveva una dimensione più piccola, ma forse più autentica, fatta di relazioni semplici, gesti concreti e umanità diffusa: «Di questi tempi, un po’ per associazione di idee per il Natale, ogni anni mi ricorda di quanto fosse di “dimensione umana” il nostro paese 60/70 anni fa. Ogni anno prima delle vacane natalizie l'”auditorium” (chiamiamolo così, era l’aula più grande dove insegnava il Professore Porpora) si riempiva di una montagna di giocattoli, che l’amministrazione di allora (Vespoli e poi Andrea Milano) aveva comprato per donarli ai bambini, dopo la recita che le maestre avevano preparato a lungo. Giocattoli sicuramente costosissimi, ricordo il mio carro armato telecomandato che per quei tempi era fantascienza.
Un’altra volta, sempre in occasione del Natale, il Dottor Guido Rispoli venne a prendermi a casa e assieme ad un bel po’ di bambini ci portò in una casa di via Monte, appena sotto l’attuale Villa Franca, ci lasciò giocare per un po’ e poi disse di essere stato chiamato per una visita medica. Dopo un po’, irriconoscibile, apparve travestito da Babbo Natale con un grosso sacco sulle spalle e distribuì giocattoli a tutti noi che eravamo lì.
Per la tolleranza delle persone di allora era possibile giocare dappertutto senza che nessuno si infastidiva, ricordo giocavamo per ore a calcio sullo spiazzale della Chiesa Madre, e quanta pazienza aveva la signora della bancarella di sotto che ogni volta gli finiva in pallone sopra, se non in testa, adesso come minimo arriverebbero i vigili.
La gente in generale era così. La situazione di adesso è tutta cambiata e mi ricorda le parole del recente scomparso Alain Delon: “Odio questa epoca, la rigetto. Ci sono degli esseri che odio. Tutto è falso, tutto è distorto, non c’è rispetto, niente più parole d’onore. Conta solo il denaro…”».
Il racconto di Giovanni Fucito colpisce per la sua semplicità e per la forza evocativa dei dettagli. I giocattoli ammassati nell’aula più grande della scuola, la recita preparata con cura dalle maestre, l’attesa dei bambini prima delle vacanze natalizie: sono immagini che parlano di un tempo in cui le istituzioni, gli insegnanti e i cittadini condividevano un senso profondo di responsabilità verso la comunità.
Emblematico è l’episodio del dottor Guido Rispoli, che si trasforma in Babbo Natale senza clamore né spettacolarizzazione, regalando ai bambini un momento di stupore autentico. Un gesto semplice, quasi ingenuo, ma carico di significato: la dimostrazione concreta di una società in cui il tempo donato agli altri aveva un valore superiore a qualsiasi tornaconto.
Ancora più potente è il confronto tra passato e presente. I giochi improvvisati sul sagrato della Chiesa Madre, la pazienza della gente, la tolleranza verso i bambini e il loro bisogno di spazio e libertà raccontano un mondo che oggi sembra lontano. Non idealizzato, ma certamente più lento, più umano, meno irrigidito da regole, divieti e diffidenza.
La citazione finale di Alain Delon non è casuale: è lo sfogo amaro di chi avverte una frattura profonda tra ieri e oggi, tra valori condivisi e una realtà percepita come fredda, artificiale, dominata dal denaro e dalla perdita del rispetto reciproco.
Questo post non è solo nostalgia. È una riflessione collettiva, un invito silenzioso a interrogarci su ciò che abbiamo perso e su ciò che, forse, potremmo ancora recuperare: il senso della comunità, la gratuità dei gesti, la centralità delle persone. Specialmente a Natale, quando ricordare non significa voltarsi indietro, ma provare a riportare un po’ di quella “dimensione umana” nel presente.





