Piano di Sorrento, la riflessione di don Rito Maresca che interroga le coscienze: la compassione dei piccoli e l’indifferenza dei ricchi
Una riflessione che parte da un dettaglio apparentemente marginale del Vangelo per trasformarsi in una domanda diretta alla coscienza di ciascuno. È quella proposta da don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della parrocchia di Mortora, a Piano di Sorrento, che in un post pubblicato sui social ha invitato a rileggere con occhi nuovi la parabola evangelica del ricco e del povero Lazzaro.
Nel suo messaggio don Rito si sofferma su un particolare spesso trascurato: i cani che si avvicinano a Lazzaro per leccargli le ferite. Un gesto che diventa simbolo e spunto per una riflessione più ampia sul modo in cui ciascuno di noi si pone davanti alla sofferenza degli altri.
Don Rito scrive: «In questa parabola i cani non sono il dettaglio. Sono lo specchio.
«Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe» (Lc 16,20-21).
Chi sono i cani in questa storia? Perché questo particolare?
Nel linguaggio giudaico “cani” erano spesso i pagani, la gente considerata impura, ai margini. Eppure qui i cani fanno una cosa che il ricco non fa: si avvicinano. Non risolvono la povertà di Lazzaro, ma gli stanno accanto. Gli danno un sollievo minimo, quasi umiliante e insieme tenero: almeno qualcuno tocca quelle ferite, almeno qualcuno non gira la faccia.
C’è un ricco — magari anche religioso — che avrebbe la possibilità di aiutare, forse persino di cambiare la storia di Lazzaro. Ma resta seduto. Protetto. Vestito bene. Con la tavola piena e la paura che la vita si sporchi.
E poi ci sono i cani: altra povera gente, altri ultimi. Non hanno pane da dare, ma hanno presenza. Invece di correre a raccogliere briciole per sé, vanno a “leccare” le ferite di chi soffre: un gesto piccolo, imperfetto, ma reale. Il ricco non si muove “neppure con un dito”; i cani, invece, fanno ciò che possono.
La tentazione è immedesimarsi subito in Lazzaro. Ma la domanda più onesta è un’altra: io e te, in questa scena, siamo il ricco seduto a tavola o siamo i cani che, nella loro miseria, provano almeno a fare qualcosa?
E qui la parabola diventa sociale, quotidiana, tagliente: forse i cani sono il numero maggiore in questa storia. Forse, in fondo, siamo tutti cani davanti a una scelta:
leccare i potenti sperando che cada una briciola… oppure leccare le ferite di chi è in difficoltà.
Non parlo solo dei governi e delle loro servitù. Penso a quando eravamo a scuola: quanti “leccavano” il professore e quanti, invece, spendevano tempo per un compagno fragile. Penso ai preti che “leccano” il vescovo per una promozione o un vantaggio, e a quelli che si curano delle ferite dei confratelli. E vale per ogni ambiente: lavoro, famiglia, gruppo, parrocchia.
Allora oggi la domanda è semplice e bruciante:
chi stai “leccando”?
Che cosa stai cercando davvero?».
La riflessione di don Rito Maresca colpisce proprio per la sua semplicità disarmante. Partendo da un’immagine evangelica, il sacerdote sposta l’attenzione dal dramma del povero Lazzaro alla responsabilità di chi osserva la scena. Non basta riconoscere la sofferenza: bisogna decidere come reagire.
Il contrasto tra il ricco immobile e i cani che si avvicinano diventa così un’immagine potente della vita quotidiana. Ci sono persone che hanno mezzi e possibilità ma restano distanti, e altre che, pur nella loro fragilità, riescono almeno a offrire presenza, vicinanza, attenzione.
La provocazione finale – “chi stai leccando?” – non è soltanto una frase forte, ma una domanda morale. Invita a chiedersi se si preferisce cercare il favore dei potenti o se, invece, si è disposti a chinarsi sulle ferite degli altri.
In fondo, è proprio qui il cuore del Vangelo: non nei grandi gesti spettacolari, ma nella capacità di non voltarsi dall’altra parte. Anche un gesto piccolo, imperfetto, può diventare un segno di umanità. E talvolta, come ricorda questa parabola, sono proprio gli ultimi a insegnarlo.
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