Piano di Sorrento, il commento di don Rito Maresca al Vangelo del giorno: “Non camminare da solo”
Ci sono giorni in cui il Vangelo non si limita a essere ascoltato: chiede di essere abitato. La riflessione di don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia di Mortora a Piano di Sorrento, a commento del Vangelo del giorno, prende per mano una delle pagine più note di Marco (Mc 2,1-12) e la restituisce alla nostra vita quotidiana, con una domanda che non lascia scampo: chi mi porta quando non riesco più a camminare? E io, per chi sono capace di farlo?
Don Rito scrive: «Quando non riesci a camminare, serve qualcuno che ti porti. E che non si arrenda.
“Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava” (Mc 2,3-4).
Forse anche tu, in questo tempo, ti senti fermo. Bloccato sulla tua barella. Non per una paralisi del corpo, ma per una paralisi del cuore: una storia del passato che non riesci a lasciar andare, ciò che vedi accadere nel mondo e che ti schiaccia, un vizio o una dipendenza che ti tiene prigioniero, la paura di cambiare, la stanchezza che ti spegne.
Eppure il miracolo, qui, avviene anche grazie a quattro amici: persone che non discutono troppo, non moralizzano, non si spaventano della folla… ma trovano una strada. E se non c’è una porta, aprono un tetto. Perché per loro tu non sei un problema: sei un fratello.
Oggi fai memoria: chi ti ha portato (o ti porta) davanti a Gesù? Scrivi un nome. Ringrazia. E, se puoi, manda un messaggio semplice: “Grazie perché mi hai portato con te.”
E poi una domanda che cambia la giornata: di chi puoi essere tu uno dei “quattro” oggi?».
Questa riflessione ha la forza delle immagini semplici e vere. Tutti, prima o poi, conosciamo l’esperienza della barella: non necessariamente una malattia fisica, ma un peso interiore che ci immobilizza. Don Rito la chiama “paralisi del cuore” e la declina con parole che parlano al presente: il passato che non passa, la violenza del mondo, le dipendenze, la paura del cambiamento, una stanchezza profonda che spegne il desiderio.
Nel racconto evangelico, però, il miracolo non è solo il risultato di un incontro diretto tra Gesù e il paralitico. È il frutto di una fede condivisa, ostinata, creativa. I quattro amici non fanno discorsi, non cercano colpe, non si fermano davanti agli ostacoli. La folla non diventa una scusa, ma una sfida. Se la porta è chiusa, il tetto può essere aperto.
Qui il Vangelo diventa una lezione di umanità: l’amore vero non si arrende e non etichetta. Non vede un problema da risolvere, ma un fratello da portare. È una fede che si sporca le mani, che osa, che rompe tetti pur di non lasciare nessuno fermo a terra.
La riflessione si chiude con due inviti concreti, quasi “operativi”. Il primo è la gratitudine: fermarsi, fare memoria, riconoscere i volti di chi ci ha portato davanti a Gesù nei momenti in cui non avevamo forza. Il secondo è ancora più esigente: diventare noi stessi uno dei quattro. Non domani, non in teoria, ma “oggi”. Per qualcuno che aspetta, magari in silenzio, di essere preso sulle spalle.
In fondo questo Vangelo ci ricorda che la salvezza passa spesso attraverso relazioni semplici e fedeli. E che, a volte, per cambiare una vita, non serve spiegare tutto: basta non arrendersi e continuare a portare. Anche dal tetto.
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