Perché a Natale facciamo regali (e perché li incartiamo così bene)
Ogni anno, puntualmente, quando il calendario si avvicina alla fine di dicembre, le case si riempiono di pacchi colorati, carte lucide, nastri esagerati che sembrano voler attirare l’attenzione più dell’oggetto che tengono insieme, e di quel fruscio inconfondibile che accompagna l’apertura dei regali, un suono che per molti coincide, più delle musiche o delle luci, con l’idea stessa del Natale.
Eppure, se ci fermassimo un momento a guardare la scena con un minimo di distacco, dovremmo ammettere che è un rituale piuttosto singolare. Infatti, passiamo settimane a scegliere oggetti che, nella maggior parte dei casi, potremmo consegnare direttamente, e invece li nascondiamo con cura sotto strati di carta destinata a essere strappata e buttata via nel giro di pochi secondi. Perché lo facciamo?
La risposta, in fondo, è semplice: perché il regalo di Natale non serve principalmente a consegnare un oggetto, ma a dire qualcosa sulle relazioni.
Siamo abituati a raccontarci il regalo come un atto spontaneo di generosità, un gesto libero che nasce dall’affetto. Ma a Natale le cose funzionano diversamente, perché il regalo non è soltanto un’opzione, ma è una aspettativa condivisa. Non farlo, o farlo in modo palesemente distratto, viene immediatamente percepito come un segnale di distanza, se non addirittura di rottura.
Questo accade perché il regalo natalizio svolge una funzione precisa: serve a rinnovare i legami, a ribadire che una relazione esiste ancora, che merita attenzione, che non è stata dimenticata. Non è un caso che i regali circolino anche – e forse soprattutto – all’interno di rapporti complicati, familiari o professionali, dove il gesto del dono diventa una sorta di manutenzione simbolica del rapporto. In questo senso, il regalo parla molto meno di generosità individuale e molto più di appartenenza.
Questa pratica, così come la conosciamo oggi, non è antica quanto il Natale stesso, perché lo scambio di doni esiste da secoli, ed è presente già nelle feste invernali dell’antichità, quando il dono aveva soprattutto una funzione augurale e simbolica. Tuttavia, l’idea di un regalo destinato ai bambini, collocato in uno spazio domestico preciso e avvolto con cura in una carta decorata, è un’invenzione relativamente recente. È tra Otto e Novecento, soprattutto nell’Europa del Nord e nel mondo anglosassone, che il Natale si trasforma progressivamente in una festa centrata sulla famiglia e sull’infanzia, con l’albero, la casa addobbata e i pacchi regalo come elementi fondamentali del rito. In questo contesto nasce anche l’incarto natalizio: non più un semplice involucro funzionale, ma una superficie decorativa pensata per creare attesa, sorpresa, messa in scena del dono. Il pacco regalo, insomma, è figlio della modernità e, allora, non serve solo a contenere un oggetto, ma a costruire un momento, a organizzare il tempo dell’attesa e a dare forma visibile a un gesto che riguarda prima di tutto le relazioni.
In molte culture europee, i regali di Natale non arrivano direttamente dalle mani degli adulti, ma vengono affidati a figure intermedie, i cosiddetti “portatori di doni”, cioè personaggi liminali, a metà tra il mondo domestico e quello simbolico, tra il familiare e l’ultraterreno, che rendono possibile il passaggio del dono senza mostrarne l’origine concreta. Noi siamo abituati a Babbo Natale, ma in Europa non è il solo, perché vi sono numerose figure diverse che cambiano da Paese a Paese. In Francia c’è Père Noël e in Spagna convivono Papá Noel e i Re Magi, ma nel mondo germanico e mitteleuropeo i doni possono essere portati dal Christkind, il Bambino Gesù, o da San Nicola. Nel Nord Europa compaiono personaggi ancora diversi, come gnomi domestici quali Jultomten in Svezia, Julenissen in Norvegia e Danimarca, o Joulupukki in Finlandia. Nell’Europa orientale e balcanica dominano invece figure come Ded Moroz (Nonno Gelo) o Moș Crăciun, anziani invernali legati al freddo e al ciclo delle stagioni. In ogni caso, sebbene cambino i nomi, le storie e le sembianze, la funzione resta sorprendentemente stabile: qualcuno, nel tempo sospeso del Natale, si incarica di far arrivare i doni, spesso parlando ai bambini e agendo in uno spazio che sta tra la casa e il mito. Questa varietà mostra con chiarezza che il dono natalizio non dipende da una singola tradizione, ma risponde al bisogno condiviso di dare una forma simbolica alla relazione, affidando il gesto del regalo a una figura che renda visibile, e quasi naturale, l’atto di donare.
Tornando al regalo in sé, se si trattasse esclusivamente dell’oggetto, allora l’incarto sarebbe superfluo, mentre invece sappiamo che è centrale. Ma perché? Perché incartare un regalo significa separarlo dal mondo ordinario delle merci, sottrarlo alla visibilità immediata e trasformarlo in qualcosa che deve essere atteso, scoperto, rivelato.
Un libro comprato in libreria è una merce, ma lo stesso libro, chiuso in una carta regalo, smette di essere semplicemente un oggetto acquistato e diventa un dono, cioè qualcosa che passa attraverso una relazione. L’incarto introduce una distanza temporanea, crea suspense, costruisce un piccolo rito che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione fatta di sorpresa.
E ce ne accorgiamo tutti: aprire un regalo non è mai un gesto puramente pratico, ma è un momento osservato, condiviso, spesso commentato. Senza incarto, dunque, tutto questo perderebbe senso, ed è per questo che la carta regalo deve essere bella, anche se non deve durare. In effetti, è pensata per essere distrutta, eppure nessuno accetterebbe volentieri un pacco avvolto in una carta brutta o trasandata, anche quando il contenuto fosse identico, sapendo benissimo che quella carta verrà strappata e gettata via quasi subito.
Proprio in questa contraddizione si nasconde il significato della carta “bella”, che comunica cura, attenzione, tempo speso per qualcuno. È una bellezza gratuita, inutile dal punto di vista pratico, ma potentissima sul piano simbolico. A Natale, più che in altri momenti dell’anno, ci concediamo questo tipo di spreco, perché è uno spreco che parla di relazioni, non di oggetti.
Infatti, anche il nastro, che spesso è troppo grande o troppo elaborato per la funzione che svolge, non serve realmente a chiudere il pacco, quanto piuttosto a segnalare che quel regalo è stato preparato con intenzione, che qualcuno ha fatto qualcosa “in più” rispetto al minimo necessario.
In particolare, il nodo introduce l’idea molto semplice ma fondamentale che il regalo non è immediatamente disponibile, ma deve essere sciolto e aperto nel momento giusto. Anche questo è un piccolo modo per controllare il tempo del dono e per ricordare che, in questo rituale, ciò che conta non è solo cosa si riceve, ma come lo si riceve.
Lo capiamo soprattutto quando facciamo esperienza del cosiddetto regalo sbagliato, che produce un disagio che non è dovuto tanto dall’oggetto in sé, quanto dal messaggio implicito che lo accompagna: un regalo che non “ci prende” sembra dire che non siamo stati davvero visti, compresi e riconosciuti. Questo avviene perché il regalo, soprattutto a Natale, è una forma di conoscenza dell’altro e mostra quanto lo conosciamo, quanto lo abbiamo ascoltato, quanto siamo stati attenti ai suoi gusti e ai suoi desideri. Quando questa conoscenza manca, evidentemente si sente un gran vuoto.
Tutto questo avviene a Natale, perché è uno dei pochi momenti dell’anno in cui l’eccesso è non solo tollerato, ma incoraggiato. Inoltre, è un periodo in cui il tempo rallenta, le routine si interrompono, l’abbondanza diventa legittima… e in questo spazio sospeso il rituale del regalo trova la sua piena espressione.
Per qualche giorno, le relazioni vengono messe in scena, quasi teatralizzate, attraverso oggetti che contano meno del gesto che li accompagna. La carta strappata, i nastri inutili, l’attesa prima di aprire un pacco servono tutti a dire, senza bisogno di parole, che quel legame esiste ancora e merita di essere celebrato.
Forse è questo, alla fine, il senso profondo dei regali di Natale: non nascondere un oggetto, ma rendere visibile una relazione.
(Didascalia dell’immagine di copertina: Viggo Johansen, “Christmas Morning”, 1891, Hirschsprung Collection di Copenhagen, Danimarca).






