L’invito radicale di don Carmine Giudici: “Gli auguri del giorno dopo… Niente resurrezioni, per favore”
Ci sono auguri che rassicurano e altri che inquietano. Alcuni accarezzano, altri provocano. La riflessione di don Carmine Giudici appartiene decisamente alla seconda categoria: è un invito controcorrente, quasi spiazzante, che prende le distanze da una certa idea di “resurrezione” per restituirle profondità, verità e responsabilità.
Il titolo scelto — ispirato al romanzo Niente resurrezioni, per favore di Fred Uhlman — è già una dichiarazione d’intenti. Non si tratta di negare la Pasqua, ma di purificarla da equivoci, nostalgie e tentazioni di ritorno al passato che nulla hanno a che fare con la novità radicale della risurrezione cristiana.
Don Carmine scrive: «Gli auguri del giorno dopo… “Niente resurrezioni, per favore”.
È il titolo di un bellissimo e breve romanzo di Fred Uhlman, uno della cosiddetta Trilogia del ritorno (le altre due opere sono L’amico ritrovato e Un’anima non vile…ne consiglio la lettura)
Parla del ritorno nella sua Germania del protagonista del libro Simon, ebreo e ormai affermato artista, scappato trent’anni prima dalla furia razzista del nazismo, costretto ora con alcuni suoi vecchi amici di scuola ad affrontare il ricordo e impossibili ricuciture di ferite di un passato che vuole lasciarsi alle spalle e non vuole assolutamente far risorgere senza che nessuno si assuma le responsabilità di quello che è accaduto.
Charlotte, la donna un tempo amata che ormai è meglio dimenticare per sempre, scriverà in un biglietto che Simon troverà nel taxi che lo porta all’areoporto per la sua ripartenza :
“Ora non è rimasto nulla. Perchè sei tornato? E perchè, tornando, non hai cercato di capire? Ormai non ho più speranze, mi auguro soltanto che questa vita sia l’unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno.”
Forse, e ancora una volta, non è la maniera più elegante per degli auguri pasquali…e ve ne chiedo scusa. Decisamente una scelta “scostumata” e inevitabilmente provocatoria. Ma, e ancora una volta, è l’augurio che innanzitutto rivolgo a me stesso. Non avrebbe senso augurare ad altri ciò che non si vorrebbe per se stesso…
E personalmente non mi augurerei e non augurerei a nessuno resurrezioni del passato, rimpianti nostalgici e velenosamente autoconservativi, rianimazioni e accanimenti terapeutici destinati ad una affaticata e ingorda sopravvivenza invece di una liberata e liberante vitalità, tutta sbilanciata sul futuro, sull’orizzonte infinito e sconosciuto del Regno, del Cristo crocifisso e risorto.
Non auguro queste resurrezioni riciclate e malinconicamente ripiegate su se stesse, perché non ci accada come al povero Simon Elsas, il protagonista del romanzo, di essere condannati a rivivere passati corrotti e rotti, fatti di incubi e umiliazioni sgranati sulla corona della vergogna e dell’imbarazzo di chi non si sente mai responsabile del male che si è fatto e si fa ai poveri Cristi, nostri compagni di vita e di strada.
Infine, il mio augurio-provocazione, raggiunga anche la faccia tosta e indurita di chi non crede e non riesce a credere fino in fondo all’unica Resurrezione possibile e promessa: quella dalla corruzione della morte. Penetri l’indifferenza e l’apatia piccola e mediocre di chi si lamenta sempre delle stesse cose ma non riesce a sorridere con chi è nella gioia e a piangere con le tante, veramente tante, vittime di guerre e violenze inaudite in ogni parte del mondo. Raggiunga la cecità di chi nella notte riesce a malapena a scorgere solo le luci spente e non a consolarsi e ad illuminarsi di quelle accese.
Insieme a questo augurio una foto scattata il venerdì santo sera all’uscita lentissima e trascinata della processione del “Cristo morto” per le vie di una città e di una storia che si chiede: “Che dite, risorgerà? Risorgeremo?”.
Il Signore ci dia Pace!».
Quello di don Carmine non è un rifiuto della Pasqua, ma un atto di fedeltà alla sua verità più profonda. È un invito a non confondere la resurrezione con un ritorno indietro, con il tentativo di rianimare ciò che è già morto e che forse deve restare tale. Non tutto merita di risorgere: non le colpe non riconosciute, non le ferite mai elaborate, non le abitudini che soffocano la vita.
La resurrezione cristiana, quella vera, non è nostalgia ma novità. Non è ripetizione, ma trasformazione. Non è un passato che ritorna, ma un futuro che irrompe.
Per questo l’augurio “scostumato” diventa, in realtà, profondamente evangelico: lasciare morire ciò che deve morire, per fare spazio a una vita nuova. Una vita più libera, più responsabile, più capace di compassione.
E allora sì, forse possiamo permetterci anche noi di fare nostro questo paradosso: “niente resurrezioni, per favore” — se non quella che ci rende davvero nuovi.
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