L’arresto di Enzo Tortora, il più grande errore giudiziario della storia italiana. L’analisi del criminologo di Sorrento Avv. Luigi Alfano
L’arresto di Enzo Tortora, avvenuto il 13 giugno 1983, è stato al centro di una recente puntata del programma televisivo “Fatti di Nera”, in onda su Cusano TV, con la partecipazione dell’avvocato e criminologo forense Luigi Alfano, originario di Sorrento e figura di spicco nel panorama investigativo italiano, cassazionista del foro di Nocera Inferiore, consulente del Tribunale di Torre Annunziata e perito della Procura di Napoli.
Il 17 giugno 1983 è una data che ha segnato profondamente la storia della giustizia italiana. All’alba di quel giorn, Enzo Tortora, uno dei volti più amati della televisione pubblica, venne arrestato con l’accusa di associazione camorristica e traffico di droga. Un evento clamoroso che sconvolse l’opinione pubblica e che, a distanza di decenni, è ricordato come il più grave errore giudiziario della Repubblica.
Enzo Tortora non era un cittadino qualunque. Giornalista, autore e conduttore televisivo, era diventato celeberrimo grazie a “Portobello”, programma di enorme successo che aveva saputo unire intrattenimento, cultura e partecipazione popolare. La sua figura incarnava l’idea di una televisione civile e garbata, capace di parlare a tutti senza rinunciare alla qualità. Proprio per questo il suo arresto ebbe un impatto devastante: se poteva accadere a lui, poteva accadere a chiunque.
L’inchiesta che portò all’arresto di Tortora si basava quasi esclusivamente sulle dichiarazioni di alcuni “pentiti” della camorra, in particolare appartenenti alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Secondo queste testimonianze Tortora sarebbe stato un intermediario nel traffico di droga e un affiliato dell’organizzazione criminale. Accuse gravissime, ma prive di riscontri concreti: nessuna prova materiale, nessun riscontro bancario o telefonico, solo racconti contraddittori e spesso smentiti dai fatti.
Eppure quelle parole furono ritenute sufficienti per arrestarlo e mostrarlo in manette davanti alle telecamere. L’immagine di Tortora, stremato e incredulo, divenne il simbolo di una giustizia che colpisce prima di accertare la verità.
Nel 1985 arrivò la prima sentenza: Enzo Tortora fu condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. Una decisione che suscitò sgomento e proteste, ma che confermò quanto fosse fragile il principio della presunzione di innocenza di fronte al peso mediatico di un’accusa. Tortora, profondamente provato nel fisico e nello spirito, non smise mai di proclamare la propria innocenza.
Celebre rimase la sua frase: «Io sono innocente. Spero che lo siate anche voi», pronunciata con dignità e amarezza, rivolta a chi lo aveva giudicato e a un Paese che sembrava averlo già condannato.
Nel 1986, in appello, la verità emerse finalmente: Enzo Tortora fu assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste”. Le accuse dei pentiti si rivelarono infondate, spesso frutto di scambi di persona, errori grossolani e invenzioni. La giustizia riconobbe il proprio errore, ma troppo tardi.
La vicenda aveva distrutto la salute di Tortora. Provato dalla malattia e dall’umiliazione subita, morì il 18 maggio 1988, a soli 59 anni. La sua morte rese ancora più evidente il prezzo umano di quell’errore giudiziario.
L’arresto di Enzo Tortora resta una ferita aperta nella storia italiana. È il simbolo dei rischi di una giustizia fondata su accuse non verificate, sull’uso disinvolto delle dichiarazioni dei pentiti e sulla spettacolarizzazione dei processi. Ma è anche un monito sulla responsabilità dei media e delle istituzioni nel tutelare la dignità delle persone.
Ricordare il 17 giugno 1983 non significa solo rendere omaggio a Enzo Tortora, ma riaffermare un principio fondamentale: la giustizia deve essere rigorosa, prudente e umana. Perché quando sbaglia, non distrugge solo una carriera o una reputazione, ma una vita intera.




