La tragedia del naufragio della Marina d’Aequa
La sera del 7 gennaio 1982 al Teatro delle Rose c’erano più di mille persone. Vendemmo, al botteghino, novecentonovantanove biglietti, più di quanti ne avessimo presi alla SIAE. Quando finirono quelli da staccare telefonammo all’ufficio di Sorrento e ci dissero di utilizzare i talloncini della matrice. Ci aspettavamo un bel pubblico, ma non avremmo mai immaginato una tale folla, tanta e tanta gente per la rappresentazione di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo, ma un motivo c’era. Quell’anno i giorni delle festività natalizie si erano interrotti nel panico, nel dolore, nel lutto; dopo tante lacrime, tutti avevamo bisogno di una pausa, di un momento di serenità. Nel Golfo di Guascogna latitudine 45 gradi e 45 primi Nord e longitudine 9 gradi e 45 primi Ovest alle ore 17.55 del 29 dicembre era affondata la Marina d’Aequa, trascinando negli abissi tutto l’equipaggio, composto da trenta uomini, tutti figli della nostra terra.
Gli anni trascorsi hanno sbiadito solo in parte quei momenti traumatici seguiti alla notizia che trasformò l’allegria di quei giorni, l’andirivieni, la folla nei negozi, nella più cupa disperazione. Ricordo gli occhi spenti dei vecchi lupi di mare e dei pescatori, le strade deserte, le luminarie natalizie oscurate, i negozi vuoti o chiusi. Ricordo la spasmodica attesa di qualche notizia di avvistamento, uomini a mare, qualche scialuppa, qualche naufrago, un segno di vita, qualcuno salvo, ma niente di niente. Mai, a memoria d’uomo, una tragedia così grande aveva colpito in pieno, al cuore, la nostra marineria. I velieri dei secoli passati partiti e mai più tornati sembravano appartenere ad un tempo finito per sempre, a certe fosche leggende del passato ed invece ci trovammo a fare i conti con una realtà triste e drammatica; ancora una volta una nave scomparsa, come nelle pagine più oscure della nostra storia antica. Certe tragedie sono ferite profonde che durano nel tempo, sanguinano forse per sempre, almeno fino a quando una sola persona ne ha memoria e ne prova sofferenza e lutto.
La prima domenica di luglio dell’82, quando la processione della Madonna delle Grazie percorreva il rione di Gottola, l’urlo di una donna squarciò il silenzio. Rivolse parole di rimprovero e disprezzo verso la Vergine, colpevole di non aver fatto nulla per salvare quegli uomini. La folla ebbe un fremito, ondeggiò come per una scossa di terremoto, fu commozione immensa, pianto incontenibile. Una madre avrebbe gridato per suo figlio, una moglie per il marito, una figlia per il padre, ma quella donna del popolo gridò per tutti, indistintamente. Nella voce rotta dal pianto c’era uno stridore aspro e cupo, lo spasimo e l’eco di mille altre voci, del popolo intero; meglio un grido che libera l’anima e poi riconcilia, piuttosto che un silenzio freddo e pieno di rancore. La verità è che noi ci aspettiamo che la Madonna ci faccia vivere a lungo, ci liberi dalle malattie, dai dispiaceri, dalla miseria, dalla guerra, dai lutti che, cioè, ci esoneri dal peso della nostra condizione umana. Troppo spesso dimentichiamo che Lei è mediatrice tra l’uomo e Dio nel momento della morte di ciascuno, dispensando quelle grazie utili non per aggiungere giorni ai giorni, ma per guadagnarci l’eternità.
Alla fine del terzo atto, quando Luca Cupiello si avvia alla conclusione del suo tempo vede dinanzi a sé solo il presepe che ha amato per tutta la vita e, immerso nella contemplazione di quella scena, estraneo al mondo, chiude gli occhi per sempre. L’incoscienza del trapasso è dono di Dio e sono certo che non l’avrà negata a quei trenta uomini, mentre il mare faceva la sua parte, quella sera maledetta, alla latitudine 45 gradi e 45 primi Nord e longitudine 9 gradi e 45 primi Ovest.






