Il termine “Terrazzamenti” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Terrazzamenti s. m. pl. – Sistema di sistemazione agraria che trasforma un pendio in una sequenza di superfici coltivabili, mediante muri di contenimento in pietra a secco e riporti di terra. Più che una tecnica agricola, i terrazzamenti sono una forma di scrittura del territorio: un dispositivo attraverso cui le comunità hanno reso abitabile ciò che, per pendenza e fragilità, sembrava negarsi all’insediamento umano.
Nella Penisola Sorrentina e nella Costiera Amalfitana i terrazzamenti non costituiscono un elemento accessorio del paesaggio, ma il suo iconema primario, per usare la felice definizione di Eugenio Turri: il segno ricorrente che permette di riconoscere immediatamente il territorio e di leggerne la storia profonda. Già nel Seicento, Giovan Battista Persico descriveva le colline di Massa Lubrense come «scalini à modo di teatro», capaci di stupire lo sguardo dei forestieri e di restituire, nella loro geometria paziente, il senso di un lavoro secolare. Non si trattava di un ornamento, ma di una necessità vitale: difendere il suolo, trattenere l’acqua, rendere produttivo un terreno altrimenti destinato all’erosione e alla perdita.
Come ha mostrato Emilio Sereni nella Storia del paesaggio agrario italiano, il terrazzamento è il risultato di una lunga risposta collettiva a crisi insieme ecologiche e sociali. I dissodamenti e i disboscamenti medievali avevano reso instabili le pendici collinari, mentre l’aumento della popolazione spingeva a coltivare anche le terre più difficili. Da qui la scelta di spezzare il declivio continuo in una successione di ripiani, sostenuti da muri a secco costruiti con le pietre ricavate dallo spietramento dei campi. Ogni gradone è, dunque, il prodotto di una doppia operazione: togliere e costruire, scavare e sostenere, in un equilibrio sempre provvisorio, continuamente negoziato con la gravità, l’acqua, il tempo.
Nel paesaggio sorrentino-amalfitano i terrazzamenti raccontano una vera e propria civiltà del limite e della misura. Sono opere fragili, che non tollerano l’abbandono: basta interrompere la manutenzione perché il muro ceda, il terreno scivoli, l’intero sistema perda coerenza. Per questo il terrazzamento non è solo un bene materiale, ma un patrimonio di saperi incorporati, fatto di gesti ripetuti, conoscenze tacite, capacità di leggere il suolo, le pendenze, l’esposizione, il clima. È un patrimonio che vive solo se praticato, e che si dissolve rapidamente quando viene ridotto a forma senza funzione.
Non a caso, i terrazzamenti della Costiera Amalfitana sono stati riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, non per la loro spettacolarità, ma perché rappresentano un esempio emblematico di interazione storica tra uomo e ambiente.
Tuttavia, questo riconoscimento rischia di restare puramente formale se non si comprende che il valore del paesaggio terrazzato non risiede nella sua immagine, bensì nel lavoro che lo ha prodotto e che dovrebbe continuare a sostenerlo.
Oggi, per chi attraversa questi luoghi, i terrazzamenti possono apparire come una scenografia immobile; per chi li ha costruiti e mantenuti, erano invece uno spazio necessario d’esistenza, una forma concreta di alleanza con un territorio difficile. In questo scarto di percezione si concentra una delle tensioni più forti del paesaggio contemporaneo: tra paesaggio vissuto e paesaggio contemplato, tra struttura di sopravvivenza e oggetto estetico. Ogni gradone, prima di essere “bello”, è stato utile, faticoso, essenziale, e continua a dirlo, anche quando il lavoro che lo teneva in vita viene meno.
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