Il termine “Paesaggio” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Paesaggio s. m. – Parola apparentemente semplice, di uso quotidiano, che rischia però di diventare opaca proprio a forza di essere pronunciata. Nella Penisola Sorrentina e lungo la Costiera Amalfitana il paesaggio non è mai stato soltanto uno sfondo, né una cornice estetica per lo sguardo di chi passa. È, piuttosto, una costruzione storica e culturale, il risultato di una relazione lunga e stratificata tra comunità umane, ambiente naturale, pratiche di lavoro e immaginari simbolici.
Le descrizioni più antiche restituiscono già questa complessità. Quando nel Seicento Giovan Battista Persico osservava le colline di Massa Lubrense «fatte con scalini à modo di teatro», non stava celebrando una bellezza spontanea, ma registrando lo stupore per un territorio interamente lavorato, modellato, reso abitabile attraverso un’opera collettiva paziente e continua. Quel paesaggio che “dà stupore e maraviglia” è, in realtà, il prodotto di un’intelligenza agricola e sociale, capace di trasformare pendii instabili in spazi di vita, di coltura e di sussistenza.
In questa prospettiva, il paesaggio non coincide con la natura, ma con una forma di mediazione tra natura e cultura. Come ha mostrato con grande lucidità Emilio Sereni, il paesaggio agrario non è un semplice dato storico, bensì un fare, un farsi delle genti che lo abitano, una sedimentazione di gesti, tecniche, decisioni, rinunce. Ogni terrazzamento, ogni muretto a secco, ogni sentiero inciso nella roccia è una frase di questo discorso lungo, una traccia di lavoro che continua a parlare anche quando il lavoro si interrompe.
Accanto a questa dimensione materiale, il paesaggio possiede una forte densità simbolica. Non è soltanto ciò che si vede, ma ciò che si riconosce. Per chi vive questi luoghi, il paesaggio è fatto di orientamenti, di punti di riferimento, di nomi, di storie minori. È un archivio di memorie biografiche e collettive, un contenitore di esperienze che intreccia il tempo individuale con quello delle generazioni precedenti. Attraversarlo significa, spesso, attraversare se stessi. Non è un caso che molti racconti locali associno determinati luoghi a eventi della vita, a prove superate, a stagioni della memoria.
I viaggiatori stranieri dell’Ottocento e del primo Novecento colsero bene questa dimensione. Norman Douglas, descrivendo i sentieri e le alture della penisola, notava come quei luoghi conservassero «un’eco delle voci» e «un’ombra dell’essere umano» che li aveva abitati. Il paesaggio, in altre parole, non è mai neutro: trattiene qualcosa di chi lo ha vissuto, anche quando sembra silenzioso o abbandonato. È una presenza attiva, capace di influenzare emozioni, percezioni, stati d’animo.
Evidentemente, tutto ciò implica che il paesaggio non possa essere ridotto a bene estetico o risorsa economica. È uno spazio necessario d’esistenza, per usare un’espressione cara agli studi demo-etno-antropologici: la base materiale e simbolica su cui una comunità fonda la propria sopravvivenza, la propria identità, il proprio senso di appartenenza. Per questo motivo, ogni trasformazione del paesaggio è sempre anche una trasformazione sociale, e ogni intervento “tecnico” porta con sé conseguenze culturali profonde, spesso sottovalutate.
Oggi il paesaggio sorrentino-amalfitano è attraversato da tensioni evidenti. Da un lato è celebrato, consumato, fotografato; dall’altro è progressivamente svuotato delle pratiche che lo hanno reso ciò che è. L’abbandono agricolo, la riduzione della manutenzione quotidiana, la pressione turistica e infrastrutturale rischiano di spezzare il legame tra forma visibile e sapere incorporato. Quando il paesaggio diventa solo scenario, perde la sua capacità di trasmettere senso.
Amare un paesaggio, allora, non significa idealizzarlo né congelarlo in un’immagine immobile. Significa riconoscerlo come un processo vivo, come una relazione in continuo divenire tra esseri umani e territorio. Significa accettarne la fragilità, la dipendenza dalla cura quotidiana, dal tempo lento, dalla manutenzione spesso invisibile. La sua bellezza non è mai gratuita: nasce da una lunga storia di fatica, di adattamento, di decisioni collettive. Per questo il paesaggio non è soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi, ma ciò che continuiamo, consapevolmente o meno, a fare (o a disfare) ogni giorno.






