Il termine “Casa” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Casa s. f. – Centro materiale e simbolico dell’esistenza; luogo di stabilità e, insieme, dispositivo culturale che tiene insieme corpo, relazioni, memoria e ordine del mondo. Dire “a casa” non indica solo un perimetro fisico: rimanda a un insieme di legami riconosciuti, a una grammatica di comportamenti, a una promessa implicita di salute e protezione. La casa è il punto in cui l’identità si fa spazio: una forma di essere-nel-mondo prima ancora che un bene immobiliare.
Per questo la casa è, in senso forte, un argine contro la precarietà. Stabilizzare una dimora significa stabilizzare sé stessi: mettere ordine, ripetere gesti, costruire abitudini che rendono sostenibile il tempo. È un “esorcismo” quotidiano contro il rischio radicale del non avere più un modo culturale possibile di stare al mondo. Anche quando la casa è modesta, incompleta, provvisoria, resta una soglia salvifica, perché protegge dall’ignoto, consente di riconoscere, di nominare e di tornare.
Nella tradizione contadina meridionale questa funzione si intreccia con una triade rigida: casa–famiglia–lavoro. La casa non è solo luogo del riposo, ma unità produttiva e riproduttiva insieme: custodisce attrezzi, animali, scorte, e organizza gerarchie interne di ruoli e spazi. È una conchiglia che cresce con chi la abita: si aggiunge un ambiente, si modifica un ingresso, si adatta una stanza alle necessità. Il costruire e l’abitare non sono separati: l’abitazione è spesso autocostruzione e dunque autobiografia in pietra, intonaco, legno, arredamenti. Anche nelle case progettate “da fuori”, l’abitare produce comunque appaesamento, cioè personalizzazione, differenziazione, sottrazione della vita all’omologazione.
Nella tradizione rurale della Penisola Sorrentina e della Costiera Amalfitana, la casa è un’architettura sobria, adattiva, profondamente legata al territorio. Come ha mostrato Domenico Ruocco nel suo studio del 1951, essa non segue un modello unico, ma si differenzia in base alle condizioni ambientali, alla disponibilità dei materiali e alle esigenze pratiche delle famiglie. Particolarmente significativo è il tetto, elemento decisivo tanto dal punto di vista tecnico quanto simbolico: a doppio spiovente, a singolo spiovente con tegole, a volta, a cupolotto centrale. Soluzioni diverse, nate non da un intento formale, ma dalla necessità di rispondere al clima, ai venti, alle piogge, alla durata. In molti casi il tetto veniva realizzato in lapillo battuto, con un lavoro collettivo che coinvolgeva l’intera comunità: una pratica faticosa e ritualizzata, in cui il gesto tecnico si intrecciava alla socialità. Tracce di questa antica cooperazione sopravvivono ancora oggi, trasfigurate, in alcune musiche e danze tradizionali dell’isola d’Ischia, dove il ritmo del battere richiama quello del costruire.
È in questo quadro che Roberto Pane, nel suo studio sull’architettura rurale campana (1936), definiva la casa contadina “seria”. Seria non per austerità morale, ma perché segnata da una povertà laboriosa che non ammette sprechi né concessioni superflue. Una casa che non cerca di piacere, ma di durare; che non si offre allo sguardo, ma protegge la vita. La sua bellezza, quando emerge, è involontaria: coincide con l’adeguatezza tra forma, funzione e ambiente.
In questa stessa linea si colloca la nozione di “casa villereccia”, utilizzata da Antonio Baragiola nel 1912 per indicare l’abitazione agricola ordinaria, né monumentale né rappresentativa. La casa villereccia non nasce da un progetto unitario, ma cresce per aggiunte successive; si adatta alle trasformazioni della famiglia, del lavoro, delle risorse disponibili. È una casa che incorpora il tempo: un organismo aperto, mai definitivo, come lo sono le vite che la abitano.
Oggi, tuttavia, in Penisola Sorrentina la casa è entrata in un regime nuovo: da luogo della continuità a campo di contesa. L’espansione del turismo extralberghiero e la trasformazione degli alloggi in rendita breve hanno riplasmato il significato stesso della dimora. La casa, sempre più spesso, non è più “per”, ma “a disposizione”: non presidio di residenti, bensì infrastruttura di flusso. Il lessico lo tradisce: check-in, ospite, notti, rating. Il conflitto non è astratto: è tra diritto all’abitare e fame di metri quadri; tra permanenza e rotazione; tra biografia e inventario.
In questo scenario, la casa perde una parte della sua funzione di promessa. Se non si è certi di poter restare, la casa smette di essere radice e diventa transito; se il vicinato cambia ogni settimana, la soglia tra dentro e fuori non stabilizza più le relazioni, le rende intermittenti. Il paradosso è che la casa, proprio dove dovrebbe proteggere, può diventare fonte di ansia: per i costi, per la precarietà contrattuale, per la pressione a “mettere a reddito” ciò che un tempo era custodito. La casa, cioè, può essere anche qualcosa da difendere e, talvolta, qualcosa da cui difendersi.
Iscriviti al gruppo Facebook di Posideo per non perdere nessun contenuto





