Il risveglio dell’anno: l’11 gennaio tra Faber e la gratitudine quotidiana
L’11 gennaio è una data che, nel calendario civile e culturale, occupa una posizione particolare. Non possiede il fragore dei botti di Capodanno, né la solennità delle ricorrenze che segnano la storia con la “S” maiuscola. Eppure, proprio per questa sua natura di “giorno qualunque” nel cuore dell’inverno, si presta a una riflessione profonda sul senso del tempo e della memoria.
Se l’Epifania “tutte le feste porta via”, l’11 gennaio rappresenta il momento in cui la polvere dei festeggiamenti si è definitivamente posata. È il giorno in cui la routine smette di essere una minaccia e torna a essere una struttura.
In questa data molti dei buoni propositi formulati solo dieci giorni prima iniziano a subire i primi scossoni. È il tempo della scelta consapevole: decidere se la direzione intrapresa con l’anno nuovo sia un reale desiderio di cambiamento o solo un’euforia passeggera. È un giorno che ci interroga sulla nostra costanza.
Per l’Italia l’11 gennaio è indissolubilmente legato a un’assenza che si fa presenza: la scomparsa di Fabrizio De André, avvenuta nel 1999.
Riflettere su questa data significa anche interrogarsi sull’eredità di chi ha saputo dare voce agli “ultimi”. La coincidenza della sua morte con l’inizio dell’anno sembra quasi un monito: mentre il mondo corre verso il “nuovo” e il “produttivo”, la memoria di Faber ci costringe a fermarci, a guardare verso chi resta indietro, verso le direzioni ostinate e contrarie. Ci ricorda che il valore di un uomo non si misura nei successi di un calendario, ma nell’empatia che riesce a generare.
Curiosamente l’11 gennaio è anche celebrato in molte parti del mondo come l’International Thank You Day. In un’epoca dominata dalla velocità dei consumi e dalla reattività dei social media, fermarsi a dire “grazie” è un atto rivoluzionario.
Gratitudine come prospettiva: non è solo un gesto di cortesia, ma un modo di guardare al mondo riconoscendo ciò che abbiamo ricevuto. Dire grazie rompe l’isolamento dell’individuo e riconosce l’interdipendenza con gli altri.
L’11 gennaio ci insegna che non serve un numero tondo o una festa comandata per dare un senso alla giornata. È il giorno dell’ordinario che diventa straordinario attraverso l’attenzione che gli dedichiamo.
Siamo nel pieno dell’inverno, la luce inizia impercettibilmente ad allungarsi e il terreno è ancora gelato, ma vivo sotto la superficie. Forse è questo il vero spirito della data: la semina silenziosa, quella che non fa rumore ma che prepara i frutti dei mesi a venire.
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