Il Racconto del Lunedì del Prof. Ciro Ferrigno: “Una croce e due fiaccole”
Mancano del tutto testimonianze e documenti riguardanti la celebrazione della Pasqua dalla fondazione della prima parrocchia del Piano, risalente al XII secolo, almeno fino al XVI. La mancanza di fonti è comprensibile, se si considera che la chiesa di Santa Maria di Galatea fu rasa al suolo dai Saraceni intorno al 1520. La distruzione fu totale, sia del borgo che del tempio, come si legge negli scritti di autorevoli storici dei secoli successivi e quanto tramanda la tradizione popolare. Possiamo solo fare delle ipotesi, partendo da quanto avveniva in quei lontani secoli, in altre regioni italiane e in particolare nel Mezzogiorno, sempre legato profondamente alla fede cattolica.
La parrocchia di Santa Maria di Galatea, in origine, aveva giurisdizione su tutta la piana sorrentina ed era legata alla vicina Abbazia di San Pietro a Cermenna; non è escluso che all’epoca potesse essere sede di una fratellanza, che a partire dal 1399, fu genericamente detta dei Bianchi, per la tunica indossata, sia nelle esequie, che in occasione della Settimana Santa, con il volto coperto da un cappuccio, simile a quello ancora in uso. Essendo l’antica Galatea situata in posizione decentrata, rispetto al Piano, c’è da supporre che la sera del Giovedì Santo, dopo la funzione In Coena Domini, partisse un vero e proprio cammino di preghiera, per la visita ai Sepolcri, che avrebbe toccato almeno le borgate più popolose e le vetuste chiese estaurite.
In apertura immaginiamo una croce affiancata da due fiaccole, un gruppo di chierici e monaci seguiti da alcuni fedeli, tutti con le torce, perché all’epoca, e parliamo dei sec. XII-XIV, per rischiarare la notte c’erano solo il fuoco e la luna piena. Verosimilmente il gruppo andava ingrossandosi borgo dopo borgo, per la partecipazione di altri fedeli. Da Galatea, situata nell’attuale Girone della Statale Amalfitana, la processione forse scendeva a Santa Luore (San Liborio) per poi dirigersi a Litemo (Legittimo) e a Sant’Agostino. Percorrendo un breve tratto della Via Minervia fino al Ponte Orazio, raggiungeva poi la chiesetta del Salvatore a Meta e dopo quella di San Michele a Carotto. Probabilmente risaliva a Galatea dopo aver sostato nei rioni di Gangaro (Angri) e Maiano.
Il corteo percorreva vicoli, molti in terra battuta, nella totale oscurità della notte, cantando laudi e canti penitenziali in una lingua che era a metà tra un latino popolare e un dialetto arcaico, forse per noi completamente incomprensibile. Faceva sosta ai Sepolcri allestiti nelle chiese e molto spesso in slarghi attrezzati con fontanili, pozzi o sorgenti e anche in quei punti dove la pietà popolare aveva piantato una croce. Molti residenti, sapendo del passaggio dei penitenti, accendevano falò che servivano a far luce e a riscaldare i pellegrini, alla maniera di Sessa Aurunca e San Marco in Lamis.
Nei secoli successivi, man mano che venivano fondate altre parrocchie, nascevano altri cortei penitenziali organizzati da sacerdoti e ordini religiosi, da fratrie e da confraternite, soprattutto a partire dal sec. XVI quando Napoli cadde sotto il dominio spagnolo. Proprio allora i cortei penitenziali cominciarono ad assumere l’aspetto e la forma che sono giunti fino a noi; vere e proprie processioni con la tromba in apertura, oggi sostituita dai tamburi, i bolloni o lampioni, la Croce o Tronco e, solo più tardi, le statue. La nostra Settimana Santa ha radici antichissime e con la grande Croce con il panno bianco, da sempre, vanno in processione il cuore e l’anima di ogni abitante di questa terra.
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