Il giorno in punta di piedi: il silenzio del 30 dicembre
C’è una data, quasi invisibile nel calendario delle feste, che passa in silenzio mentre tutti guardano già al domani. È il 30 dicembre, un giorno che vive nel confine, una terra di mezzo tra ciò che si chiude e ciò che deve ancora iniziare.
Non ha l’euforia del Natale, né l’esplosione di attese del Capodanno. Non porta fuochi d’artificio, brindisi o liste di buoni propositi. È un giorno che invita a rallentare, a restare per un attimo immobili, come quando si trattiene il respiro prima di fare un passo importante.
Il 30 dicembre è il giorno della pausa interiore: un tempo che osserva, misura, ascolta. Non pretende risposte immediate, non chiede di cambiare il mondo in fretta. Suggerisce piuttosto di riconoscere ciò che ha camminato con noi durante l’anno: le scelte riuscite, quelle mancate, i momenti che abbiamo custodito e quelli che ci hanno ferito ma insegnato. Non è un momento di bilanci freddi o giudizi severi. È un invito a guardare dentro con gentilezza, senza forzare ciò che non si è compiuto e senza rimpiangere ciò che non tornerà. Alcune esperienze hanno già concluso il loro percorso, altre chiedono ancora spazio per trasformarsi. Comprenderlo è già un atto di maturità.
Forse, in questo giorno, si percepisce un peso diverso dal solito. Non è fatica: è la coscienza che prende voce. È il cuore che riconosce ciò che merita di accompagnarci nel nuovo anno e ciò che, invece, può essere lasciato andare con gratitudine. Per questo, prima che la giornata finisca, potrebbe bastare un piccolo gesto di presenza: concedersi qualche minuto di silenzio, senza fretta, senza maschere. Non per contare vittorie o sconfitte, ma per ascoltare cosa ancora ci parla, cosa ci chiede cura, cosa desidera rinascere.
Il 30 dicembre non è un punto finale né un inizio. È la soglia. E nelle soglie, spesso, si scopre la parte più autentica di noi.




