Il Ciuccio di fuoco e l’arte sorrentina di governare il tempo
Bruciare per far finire
Ogni anno, la sera del 31 dicembre, a Sorrento si ripete un gesto che tutti conoscono e che proprio per questo rischia di apparire scontato: il Ciuccio di fuoco. Una sagoma di asino, costruita come macchina pirotecnica, viene portata nello spazio pubblico e data alle fiamme davanti alla comunità riunita. È una tradizione familiare, attesa, fotografata, raccontata, vissuta come festa popolare. Tutto vero, eppure non è sufficiente a spiegare di cosa si tratta davvero.
Infatti, il punto non è solo ciò che accade, ma quando e come accade. Perché bruciare un animale? Perché farlo davanti a tutti? Perché prima della mezzanotte, quando i grandi fuochi di Capodanno devono ancora arrivare? Sono domande che spesso restano implicite, come se il rito non avesse bisogno di spiegazioni. E in parte è così, perché i riti funzionano anche senza essere interpretati. Ma proprio per questo sono indizi culturali preziosi, dal momento che dicono qualcosa di profondo sul modo in cui una comunità pensa il tempo, la fine, il peso delle cose che si accumulano.
Nel linguaggio comune, bruciare equivale a distruggere, invece nel linguaggio rituale bruciare significa concludere, consumare fino in fondo, rendere impossibile il ritorno.
Ciò che viene bruciato non viene cancellato come se non fosse mai esistito, ma portato a compimento. Il fuoco non serve a far finta che nulla sia accaduto, ma a dire pubblicamente che questo è successo, questo ha pesato, ora può finire.
Il Ciuccio di fuoco funziona esattamente così, nel senso che non promette un anno senza difficoltà, non elimina i problemi, ma compie qualcosa di più realistico, ossia mette fine simbolicamente a ciò che si è accumulato. La fatica, gli errori, la stanchezza, le tensioni che non possono essere archiviate con un gesto privato vengono concentrate in una figura pubblica, visibile, e poi bruciate. È una catastrofe simbolica controllata, messa in scena proprio per evitare che il disordine resti informe e continui a pesare senza nome.
Perché proprio il ciuccio
Se il fuoco serve a chiudere un ciclo, la domanda diventa inevitabile: perché, a Sorrento, si brucia proprio un ciuccio? La risposta non è casuale né decorativa. Fino a tempi non lontani l’asino faceva parte della vita quotidiana della Penisola sorrentina: nei campi, nei trasporti, nei lavori più faticosi e meno visibili. Non era nobile, né spettacolare, ma proprio per questo era ovunque.
Il ciuccio è l’animale che porta, che sopporta, che avanza lentamente senza fermarsi, cioè è l’animale del peso. Bruciarlo, dunque, non significa colpire l’animale in sé, ma ciò che rappresenta: il carico accumulato, la fatica silenziosa, il tempo che si stratifica. Il ciuccio diventa il corpo simbolico di tutto ciò che grava e che non deve essere trascinato oltre.
Questa scelta, però, non è neutra. Proprio perché il ciuccio è una figura mite e familiare, il rito può apparire, a uno sguardo attento, come un gesto violento. Anche sapendo che si tratta di un’allegoria, resta l’impressione di un corpo esposto alla distruzione. Questa ambivalenza non è un difetto del rito, ma uno dei suoi tratti più significativi, siccome il Ciuccio di fuoco mette in scena una perdita attraverso il sacrificio di una figura che suscita empatia proprio perché è capace di portare il peso di tutti.
Il fantoccio, inoltre, brucia come un corpo attraversato dal fuoco secondo una sequenza precisa: la bocca, gli organi di senso, la coda, infine i genitali, con la celebre “pipì” finale. Il Ciuccio diventa così il corpo morale dell’anno passato, con le sue fatiche e i suoi eccessi, per cui bruciarlo significa potersi separare da tutto questo prima di varcare la soglia del nuovo anno.
Sorrento non è un caso isolato
Allargando lo sguardo, il Ciuccio di fuoco non appare come una curiosità isolata, infatti in molte comunità europee il fuoco interviene nei momenti in cui una soglia non può restare sospesa. Talvolta viene simbolicamente incendiato ciò che rappresenta l’ordine stesso, come nei grandi incendi rituali dei campanili (ad esempio a Napoli in piazza del Carmine); altre volte una barca, per rendere irreversibile un approdo (come a Nizza o nel Principato di Monaco); altrove ancora un fantoccio che incarna l’anno o l’inverno esaurito, come nel “Brusa la Vecia” del 6 gennaio in Veneto.
Cambia ciò che brucia, ma non la funzione, perché bisogna rendere visibile e governabile una fine. Dentro questa costellazione, Sorrento si distingue per collocare il Ciuccio di fuoco sulla fine dell’anno civile, e dunque assegnando al rito una funzione radicale: non accompagnare il passaggio, ma farlo accadere. Qui il fuoco prepara il nuovo tempo, ma soprattutto serve a chiudere definitivamente quello che si lascia alle spalle.
Questa logica non è estranea alla storia di Sorrento. Già nel XVII secolo, come ricorda Giambattista Basile nel Lo cunto de li cunti, in città era ben nota la cosiddetta “Morte de Sorriento”, il rito che segnava la fine del Carnevale attraverso l’uccisione e il rogo simbolico del tempo dell’eccesso. Il Carnevale non si esauriva da solo, ma veniva trattato come un corpo: affrontato, distrutto pubblicamente, separato in modo netto dal tempo ordinario che doveva ricominciare. Cambiano le figure e i calendari, ma la logica è la stessa: per poter ripartire, qualcosa deve finire davvero.
Bruciare per ricominciare
A questo punto, ciò che conta non è ricostruire genealogie, ma interrogare il senso di un gesto che continua a essere ripetuto. Perché compiamo ancora questo strano cerimoniale? Perché il Ciuccio di fuoco intercetta un’esperienza del tempo che resta attuale, nel senso che il tempo scorre, passa, si accumula, ma non sempre si chiude da solo. Infatti restano residui, pesi, strati che non scompaiono con il cambio di data e che, pertanto, devono essere trattati attraverso il rito. Questo non promette soluzioni, né consolazioni, ma dice soltanto che non tutto deve essere portato con sé. Esiste un momento in cui il peso può essere concentrato, reso visibile, condiviso e lasciato andare. E questo momento non avviene in privato, ma nella piazza principale, davanti a tutti.
In questo senso, il Ciuccio di fuoco è più di folklore e nostalgia, perché è una pratica culturale ancora operativa, volta a gestire simbolicamente la fine. Finché una comunità sa che cosa deve bruciare, sa anche come non restarne schiacciata.
Finché sa dare una forma alla fine, può ancora permettersi di immaginare un inizio.
Immagine: Peder Severin Krøyer, “Midsummer Eve Bonfire on Skagen Beach” (“Sankt Hansblus
på Skagen strand”), 1906, Skagens Museum, Skagen (Danimarca).






