I termini “Rischio”, “Frana” e “Dissesto idrogeologico” analizzati nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Rischio / Frana / Dissesto idrogeologico loc. s. m. – Nella Penisola Sorrentina e lungo la Costiera Amalfitana il rischio non è un’eccezione, ma una condizione. Il paesaggio più celebrato d’Italia è anche uno dei più precari, perché poggia su un equilibrio difficile tra pendenze, litologie friabili, incisioni vallive, piogge violente e un’antropizzazione intensa. La “cartolina” funziona proprio così: mostra la superficie luminosa e nasconde la fatica geologica e la manutenzione che la rende possibile.
Qui la frana non è soltanto un evento naturale, ma un fatto storico e sociale, inscritto in una durata che eccede l’eccezionalità dell’emergenza. Le frane e le alluvioni non arrivano mai davvero all’improvviso: hanno archivi, date, memorie sedimentate, e spesso una genealogia riconoscibile. Guardare il cielo serve, ma spulciare gli archivi serve di più, perché restituisce una continuità inquietante: 1910, con nubifragi e dissesti diffusi lungo tutta la costiera; 1924, Vettica, sessantuno morti; 1954, Maiori; 1966, Scrajo, con vittime e una stazione ferroviaria spazzata via; 1971, Monte Pendolo; 1973, Mitigliano–Termini, dieci persone travolte; fino ad Atrani nel 2010, quando il fango trascina via una ragazza, e poi nel febbraio del 2021 alle porte di Amalfi.
Emblematico, in questa sequenza, è proprio il caso di Mitigliano–Termini, nel comune di Massa Lubrense, quando una frana staccatasi dal Monte San Costanzo cancella due famiglie intere; a ricordarle, lungo l’antica via Minervia, resta una lapide che parla di un «improvviso misterioso richiamo». Una formula che consola e insieme assolve, perché sposta l’evento nel registro del destino e lo sottrae alla storia. E tuttavia, nella memoria locale, quel “richiamo” non ha mai convinto del tutto: c’è chi ricorda le piogge insistenti, chi evoca lavori in quota, chi parla di un pericolo noto e discusso da tempo. È in questo scarto tra il linguaggio pubblico della commemorazione e l’inquietudine privata dei racconti che si misura una rimozione sottile: non l’oblio dell’evento, ma l’attenuazione delle sue cause. La tragedia viene così ricordata, ma non elaborata; inscritta nella memoria, ma non trasformata in sapere operativo.
Tutta questa triste sequenza, letta per intero, non produce fatalismo, bensì consapevolezza, perché mostra che il rischio è strutturale e che la vera domanda non è “se” accadrà di nuovo, ma dove, come e soprattutto per chi.
Anche la toponomastica, spesso, parla chiaro: nomi che evocano acqua, fonti, impluvi, rivoli, “fontanelle”, “pantani” non sono poesia, ma diagnosi locale. Sono promemoria linguistici di suoli saturabili, cigli instabili, terrazze che reggono finché regge la cura. Perché il dissesto, in questi territori, è spesso la forma visibile di un’assenza, quella della manutenzione diffusa. Terrazzamenti, muretti a secco, regimazioni minute delle acque non sono folklore, ma ingegneria povera e capillare. Quando si abbandonano i campi, quando si interrompe la riparazione quotidiana, quando si impermeabilizza a valle e si taglia a monte, il terreno smette di essere un alleato e torna a essere una massa in movimento.
C’è poi una dimensione antropologica più sottile, che emerge quando frana il costone e “crolla la casa”. La casa, che dovrebbe essere il guscio della stabilità, rivela all’improvviso la propria dipendenza dal territorio: basta un temporale lungo, un pendio che cede, una strada appoggiata sul vuoto. In quell’istante si apre una crisi che non è solo economica o logistica, ma esistenziale, nel senso che il mutamento violento del proprio luogo biografico produce spaesamento, perché si perdono i riferimenti e si scopre che ciò che sembrava solido era provvisorio. È l’angoscia territoriale: non la paura del fenomeno in sé, ma la percezione che la nostra “normalità” poggi su un filo.
Per questo il dissesto idrogeologico non può essere raccontato come “natura implacabile” o “evento imprevedibile” senza mentire un po’. Antonio Cederna lo ripeteva con durezza: l’Italia frana quando piove perché si è trattato il territorio come res nullius, inseguendo l’emergenza e ignorando la pianificazione, i servizi, i piani di bacino, la prevenzione. Vezio De Lucia lo rilanciava decenni dopo quando sottolineava come la pioggia sia naturale, mentre la catastrofe sia quasi sempre l’esito di un uso dissennato del suolo. In Penisola, questo si intreccia a un nodo ulteriore, ossia la diseguaglianza, nel senso che il rischio non si distribuisce in modo neutro. Ci sono case “di necessità” costruite dove non si dovrebbe costruire, e ci sono grandi trasformazioni autorizzate che spostano altrove i costi (tagli, sbancamenti, cave, nuove strade, nuove impermeabilizzazioni). Il paradosso è che, dopo una frana, la soluzione più immediata torna spesso a essere la stessa logica che ha aggravato la fragilità, ossia altra viabilità, altro taglio, altro catrame, altra urgenza che diventa permanente.
Dire rischio, qui, significa allora nominare un patto difficile tra abitare e territorio. Non per demonizzare, ma per togliere il velo: riconoscere che la sicurezza non è un dato, ma un lavoro; che la stabilità non è una proprietà della terra, ma una relazione; e che senza cura, senza misura e senza governo lungimirante dello spazio, la bellezza resta appesa a ciò che, prima o poi, scivola.
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