Addio a Carmine Castellano, da Sant’Agnello al vertice del Giro d’Italia
Il ciclismo italiano perde una delle sue figure più rappresentative, un dirigente capace di lasciare un segno profondo nella storia della corsa più amata del Paese. Si è spento a 89 anni Carmine Castellano, per tutti “Elo”, storico patron del Giro d’Italia e protagonista di una lunga stagione di crescita e innovazione per la “corsa rosa”.
Castellano è stato il terzo grande regista del Giro, raccogliendo l’eredità di nomi leggendari come Armando Cougnet, ideatore della competizione nel 1909, e Vincenzo Torriani, che guidò la corsa dal dopoguerra. Proprio con Torriani iniziò il suo percorso, diventandone stretto collaboratore sin dagli anni Settanta, con particolare attenzione alle tappe nel Sud Italia.
Nato nel 1937 a Sant’Agnello, nel cuore della Penisola Sorrentina, Castellano era prima di tutto un avvocato, ma anche un appassionato organizzatore sportivo. La sua carriera nel ciclismo prese slancio grazie all’impegno con il Velo Sport Sant’Agnello, fino alla chiamata, nel 1974, per la gestione tecnica di una tappa del Giro. Da lì nacque il rapporto con Torriani e l’ingresso stabile nell’organizzazione della corsa.
Trasferitosi a Milano nei primi anni Ottanta, Castellano divenne progressivamente il punto di riferimento del Giro, fino ad assumerne la guida già alla fine degli anni Ottanta e ufficialmente dal 1993 al 2005. Furono anni cruciali, in cui il ciclismo italiano dominava la scena internazionale con campioni come Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Moreno Argentin, Maurizio Fondriest e Mario Cipollini.
Ma il suo nome è legato soprattutto a quello di Marco Pantani, il “Pirata”, simbolo di un’epoca. Castellano ne apprezzava profondamente il talento e il carisma, ma non riuscì mai a superare quanto accadde nel 1999 a Madonna di Campiglio, quando Pantani, allora in maglia rosa, fu escluso dalla corsa per valori ematici irregolari. Un episodio che segnò profondamente entrambi e rappresentò uno dei momenti più difficili nella storia recente del ciclismo.
Castellano fu sempre un uomo di principi, guidato da un forte senso di correttezza. Emblematico quanto accadde alla Tirreno-Adriatico del 1998, quando decise di escludere ben 125 corridori per una protesta considerata irrispettosa: una scelta dura, ma coerente con la sua visione di sport.
Elegante e misurato, era noto anche per il suo stile: spesso si affacciava dal tettuccio dell’ammiraglia con la sua immancabile cravatta e un sorriso rassicurante. Aveva un legame strettissimo con Candido Cannavò e con la Gazzetta dello Sport, che considerava una seconda casa. Non a caso, il suo libro autobiografico, pubblicato nel 2015, si intitola “Tutto il rosa della mia vita”.
Tra le intuizioni più importanti della sua carriera c’è la partenza del Giro da Atene nel 1996, un evento simbolico che celebrava il centenario della Gazzetta e il legame con i valori olimpici. Ma il suo contributo si misura anche nelle scelte tecniche che hanno reso leggendaria la corsa: dall’introduzione del Passo del Mortirolo, diventato iconico dopo le imprese di Pantani, al Colle delle Finestre, fino al durissimo Monte Zoncolan, oggi tra le salite più temute al mondo.
Sotto la sua direzione nacque anche il “Trofeo Senza Fine”, simbolo del Giro moderno, introdotto nel 2000 e conquistato per la prima volta da Stefano Garzelli.
Gli anni della sua gestione non furono semplici, soprattutto nel passaggio tra due epoche segnate da tensioni e scandali, ma Castellano seppe mantenere una linea coerente, fedele ai valori dello sport. “Ho cercato di servire il ciclismo con onestà e passione. Il Giro è un patrimonio dell’Italia, io sono stato solo il suo custode per un po’ di tempo”, amava dire.
E proprio in questa frase si racchiude il senso della sua eredità: non solo un dirigente, ma un custode appassionato di una tradizione che, grazie anche al suo lavoro, continua ancora oggi a emozionare milioni di tifosi in tutto il mondo.
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