Tra morte e rinascita: il senso profondo dei riti pasquali nel napoletano
Oltre le ovvie connotazioni sacre, la Pasqua è la festa dedicata al “passaggio” stagionale, quella che – scrive Claudio Corvino – divide l’anno nelle due uniche stagioni che contano nel ciclo agrario: «viern’» e «’a staggione», due momenti separati da un evento religioso che tutta la cristianità vive come ciclico e cosmico: la morte e la resurrezione di Cristo (che fa della Pasqua, più del Natale, la festa fondante la cristianità, appunto). In questa ricorrenza, secondo l’interpretazione di Luigi Maria Lombardi Satriani, il sangue è l’elemento simbolico dominante del dramma pasquale, nel quale il primo atto è rappresentato dalla passione e dalla morte, mentre il secondo atto viene espresso dal trionfo della resurrezione, ossia la vera vita nella quale simbolicamente viene coinvolta l’umanità.
Nel napoletano, il passaggio dei due momenti stagionali sembra sottolineato con particolare efficacia dai riti del Venerdì Santo che si tengono in Penisola Sorrentina da un lato e sull’isola di Procida dall’altro. Nel primo caso il riferimento è alle processioni funebri che si tengono di sera, al buio: cortei lugubri di svariate Arciconfranternite dei comuni peninsulari, i cui membri, indossando eleganti abiti neri (o di altri colori del lutto o del sangue), espongono oggetti simbolici e statue sacre, come quella della Madonna Addolorata, la cui disperazione è discretamente espressa da un fazzoletto bianco tra le dita della mano. Pur nelle loro singole e specifiche caratteristiche, le processioni peninsulari hanno forti toni penitenziali e si snodano nei rispettivi centri abitati delineando una geografia sacra che sembra voler riaffermare i confini, la cultura e la protezione di ciascun paese.
Nel secondo caso, invece, la processione procidana è tutta primaverile, diurna e festiva: i confratelli – appartenenti alla Congregazione dei Turchini – sono vestiti di bianco e azzurro e trasportano la statua del Cristo Morto e i celebri “Misteri”, mentre la madre – rivestita di nero da cinque donne a ciò delegate – è la Madonna Immacolata. La notte è scandita dai suoni cupi di una tromba e di un tamburo che annunciano la morte di Dio, ma il corteo avviene all’alba, col sole che sorge sul mare e la luce che invade le stradine isolane.
È in questo forte sentimento identitario il primo valore dei riti della Settimana Santa: l’atmosfera creata da quelle imponenti sfilate è un insieme di ricordi e sensazioni, di suoni e sapori, di profumi e senso di appartenenza. Come ogni tradizione, quei rituali danno l’illusione della permanenza, eppure riescono costantemente ad adattarsi ai tempi. Lo abbiamo visto nella straordinaria resilienza dimostrata da queste comunità durante i recenti anni di crisi pandemica: lo stop forzato dei riti non ne ha spento il fervore, ma ha anzi agito come un incubatore di nostalgia e desiderio, confermando che queste manifestazioni non sono meri eventi turistici, ma necessità vitali per l’equilibrio psicosociale del territorio. La celebrazione popolare, quando è viva, è un forte collettore sociale che permette alla comunità nel suo insieme – e a ciascuno nella sua individualità – di riconoscersi intorno ad una specifica pratica.
In quanto riti religiosi, le processioni del Venerdì Santo sono innanzitutto espressioni di fede che veicolano i caratteri specifici delle rispettive comunità: dagli assetti sociali alla cultura musicale a quella figurativa o gastronomica. Se osservate come manifestazioni sociali e culturali, però, esse si caratterizzano sempre per una scena e per un fluire. Nel primo caso mi riferisco alle migliaia di figuranti che sfilano silenziosamente, agli oggetti della Passione mostrati alla folla, alle decine di fiaccole e canti polifonici. Oggi, questa “scena” deve misurarsi con una crescente spettacolarizzazione alimentata dall’occhio dei social media; tuttavia, la forza intrinseca del rito sembra resistere alla deriva estetica, poiché il partecipante non è un semplice attore, ma il custode di una memoria collettiva che travalica l’immagine digitale. Rinnovandosi anno dopo anno, tutte queste pratiche concorrono ad articolare un’unica celebrazione liturgica e folklorica lunga un’intera settimana, che dimostra nototevoli capacità organizzative e un rilevante impegno di famiglie, confraternite, gruppi culturali. Queste liturgie assurgono ad una funzione specifica, quella di narrare e drammatizzare dei sentimenti immensi ed esemplari: un dolore e poi una gioia, un lutto e poi una rinascita, ossia la sofferenza della Madre che ha perso il Figlio, ma che alla fine trionfa sulla morte.
Il secondo elemento, il fluire, sta nella modalità stessa del rito: attraverso la pratica del passo le persone si riconoscono perché insieme camminano, ma al tempo stesso vivono un’esperienza individuale in cui si interrogano sui rapporti tra Terra e Cielo. La processione è un viaggio che, come il pellegrinaggio, è sia reale che interiore, sia individuale che collettivo: un movimento di ascensione al sacro che permette un rinnovamento non solo di se stessi, ma anche del vincolo devozionale.
Attraverso il movimento dell’andata e del ritorno, le processioni della Settimana Santa descrivono il momento forte in cui i significati simbolici conferiscono alle azioni un valore di salvezza e di rifondazione. Sono una pratica di rinnovamento che affonda le radici in un passato arcaico. Inglobando perfettamente l’eterno dualismo di morte e rinascita, la drammatica popolare di questi giorni ripropone il racconto biblico della creazione e, con questa, l’inizio mitico dell’umanità. In altri termini, la natura, il raccolto, la vita stessa rinascono ciclicamente e, pertanto, quell’istante va celebrato in maniera adeguata.
Nel 1882, Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino osservavano: «la Pasqua [è] la storia dell’umanità. Essa è un anello che ci lega a’ padri che sono iti ed ai figli che saran per venire». Tenacemente fedeli a se stessi, eppure costantemente rinnovati, i riti che vanno dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua sono un racconto tradizionalmente codificato del dolore e della speranza. Narrando una vicenda esemplare, il gruppo narra se stesso: le sue fatiche e speranze, i suoi fallimenti e successi. Questi rituali, sottolinea Vito Teti, «costituiscono un grande ordito letterario, mitico, religioso, […] antico ed attuale (come lo sono la morte e la vita)», e ai quali nessuno di noi può sottrarsi.
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