«Il calcio è morto»: l’amaro sfogo del gruppo “Salviamo il Campo Italia”
A Sorrento il calcio non è mai stato soltanto uno sport. È identità, appartenenza, passione condivisa tra generazioni. Eppure oggi, tra difficoltà strutturali e silenzi istituzionali, cresce un sentimento diffuso di amarezza e disillusione, che trova voce nelle parole accorate di cittadini e tifosi. Tra queste, spicca il messaggio pubblicato dal gruppo Facebook “Salviamo il Campo Italia” che rappresenta uno sfogo collettivo ma anche un grido d’allarme per il futuro dello sport in città.
Di seguito il testo integrale del post: «IL CALCIO A SORRENTO È MORTO E SEPOLTO. Scriviamo queste righe con l’anima in pace ma con il cuore gonfio di amarezza perché ormai siamo consapevoli che il calcio a Sorrento è morto e sepolto. Senza il Campo Italia a disposizione il miraggio di rivedere il Sorrento – orgoglio del territorio che tra immani difficoltà gioca da tre anni nel calcio professionistico in Serie C – è ormai defunto. Sono più di mille giorni che il Sorrento non gioca una partita in casa e deve subire l’umiliazione di giocare fuori regione addirittura a Potenza: una vergogna assoluta visto che in tutta la Campania non ci è stata offerta una struttura. Tutto questo succede nel silenzio della città e con una parte di essa che ci gode pure ma togliamo di mezzo il discorso della prima squadra. Considerate che ci sono centinaia di bambini, famiglie e ragazzini che non hanno più questa struttura dove formarsi non solo calcisticamente ma giocando lo sport che è entrato in Costituzione e dove si cresce nelle regole e in modo maturo. Ormai come detto dal patron rossonero Paolo Durante anche Aponte potrebbe lasciare e così finirà tutto definitivamente. Una cosa va ribadita a chiare lettere e pubblicamente: la legalità e la trasparenza sono valori fondamentali più importanti del calcio ma al tempo stesso nel rispetto delle regole speriamo di vedere ripartire i lavori del campo per adeguarlo e restituirlo al Sorrento ed alla sua città affinché il calcio non muoia del tutto. Il calcio sappiamo che è morto ma diciamo solo umilmente che una città si ricostruisce anche dallo sport specie dopo tempeste e problemi incredibili e magari bisognerà ricostruire anche il calcio che è ormai defunto. Questo è il nostro ultimo messaggio e non scriveremo più nulla tanto il sentimento è questo e le cose non cambiano: solo la ripresa dei lavori o l’annuncio che i lavori non si faranno più cambieranno lo stato delle cose».
Le parole del gruppo sono dure, definitive, ma raccontano una realtà che non può essere ignorata. L’assenza del Campo Italia non rappresenta solo un problema logistico per la prima squadra, ma una ferita aperta per l’intero tessuto sociale. Il calcio, in una realtà come Sorrento, è un punto di riferimento educativo oltre che sportivo: un luogo dove i più giovani imparano disciplina, rispetto e spirito di squadra.
Il fatto che il Sorrento Calcio 1945 sia costretto da oltre mille giorni a giocare lontano dalla propria città – fino a Potenza – è percepito come una vera e propria umiliazione sportiva e territoriale. A questo si aggiunge il rischio concreto di un disimpegno da parte della proprietà, che potrebbe segnare la fine di un progetto costruito con fatica negli ultimi anni.
Ma il punto più profondo del messaggio è un altro: la perdita di uno spazio di crescita per centinaia di giovani. Senza un campo, senza una casa sportiva, viene meno un presidio educativo fondamentale. E questo va ben oltre il risultato di una partita o la categoria in cui si gioca.
La riflessione finale del gruppo apre però uno spiraglio, seppur fragile: il rispetto delle regole e della legalità resta imprescindibile, ma deve andare di pari passo con la volontà concreta di restituire alla città il suo campo. La ripresa dei lavori o una decisione definitiva rappresentano ormai un bivio inevitabile.
Perché se è vero che oggi il calcio a Sorrento appare “morto e sepolto”, è altrettanto vero che lo sport ha spesso la capacità di rinascere. Ma per farlo servono scelte, responsabilità e una visione condivisa. Senza queste, il rischio è che non si perda solo una squadra, ma un pezzo dell’anima della città.
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