Piano di Sorrento, una riflessione di don Rito Maresca che interpella il nostro tempo: “Ho bisogno di vedere la salvezza”
In occasione del 2 febbraio, don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia di Mortora a Piano di Sorrento, ha condiviso sui social una meditazione che unisce la Parola del Vangelo alla realtà quotidiana, attraversata da conflitti, fatiche interiori e piccole rinunce silenziose. Un testo che invita a fermarsi, a guardare più a fondo e a non rassegnarsi all’idea che la morte – in qualunque forma si presenti – abbia l’ultima parola.
Don Rito scrive: «Ho bisogno di vedere la salvezza.
«Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore» (Lc 2,26).
E Simeone dirà: «Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,30).
In questi giorni vediamo morte e segni di morte ovunque attorno a noi: nelle notizie che arrivano da Crans-Montana, da Anguillara, e ancor più nei fronti aperti dell’Ucraina e della Terra Santa, dove anche quando si parla di pace continuano ferite, vittime, rancori.
Ma spesso vedo morte anche più vicino, dentro e attorno a me: la morte dell’impegno, la morte della generosità, la morte della fedeltà. Piccole rese quotidiane che spengono il cuore.
Eppure lo Spirito annuncia a Simeone una cosa potentissima: non vedrai la morte come ultima parola, prima vedrai il Cristo.
Signore, donami questo Spirito: occhi capaci di riconoscere la tua salvezza. Donami questo Spirito per credere e annunciare oggi, in questo lunedì, la salvezza proprio lì dove io vedo solo segni di sconfitta.
Oggi scegli un luogo “di morte” (dentro o fuori di te) e fai un gesto minuscolo di vita: una parola buona, un perdono iniziato, un impegno mantenuto, un aiuto concreto. E poi ripeti: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”».
Le parole di Don Rito si inseriscono nel contesto evangelico della Presentazione di Gesù al Tempio, la festa della Candelora, quando Simeone riconosce nel Bambino la salvezza attesa. Ma la riflessione va oltre il rito e diventa una lente sul presente. La “morte” evocata non è solo quella che riempie le cronache, ma anche quella più discreta e quotidiana: il venir meno dell’entusiasmo, la stanchezza morale, l’abitudine a rimandare il bene.
Colpisce il passaggio in cui la morte non viene descritta come evento lontano o straordinario, ma come una serie di piccole rese, quasi impercettibili, che “spengono il cuore”. È una lettura profondamente umana, che non giudica ma riconosce una fragilità condivisa.
La speranza, però, non nasce da un’illusione ottimistica. Nasce, come nel Vangelo, da una promessa dello Spirito: non vedere la morte come parola definitiva. Prima c’è altro da riconoscere. E questo riconoscimento passa dagli occhi, dallo sguardo che impara a scorgere segni di vita anche dove sembrano assenti.
Il gesto finale proposto – “un gesto minuscolo di vita” – restituisce alla fede una dimensione concreta, quotidiana, accessibile a tutti. Non grandi imprese, ma parole buone, perdoni avviati, impegni rispettati. Segni piccoli, ma reali, capaci di contrastare la logica della resa.
In un tempo segnato da conflitti globali e fatiche personali, questa riflessione diventa un invito silenzioso ma esigente: allenare lo sguardo, perché la salvezza non è sempre spettacolare, ma spesso passa proprio lì dove non pensavamo più di cercarla.
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