Piano di Sorrento, la riflessione di don Rito Maresca: navigare con Gesù anche nella tempesta
Perché, dopo un momento di grazia intensa, arriva quasi subito la prova? È una domanda che attraversa l’esperienza di molti credenti e che trova una sorprendente risposta nel Vangelo del giorno, così come viene meditato da don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia di Mortora a Piano di Sorrento.
Don Rito scrive: «Dopo un miracolo… perché arriva subito il mare?
«Subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, verso Betsàida» (Mc 6,45).
Gesù “costringe” i suoi a lasciare il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci: il luogo della gratificazione, dell’entusiasmo, del successo. E li manda a imbarcarsi. Proprio lì dove, poco dopo, incontreranno la tempesta.
Quante volte vorrei restare dove è avvenuto il miracolo. E invece la vita mi porta via dai momenti belli e mi rimette alla prova. A volte mi chiedo anche perché mi lascio sfuggire così presto la gioia: mi basta poco per essere travolto da sentimenti contrapposti, da pensieri che confondono, da cattive abitudini che sembrano far affondare i buoni propositi.
Eppure il Vangelo è netto: Gesù li “costringe”. Come a dire: il bene che hai visto non è solo da applaudire, è da mettere alla prova. Quasi ci lancia nel mare per far emergere una domanda decisiva: hai imparato a navigare? ti fidi di Me anche quando non senti più l’euforia del miracolo?
Oggi prova a dare un nome alla tua tempesta (una paura, una relazione, una stanchezza, un vizio che ritorna). E fai un gesto piccolo ma concreto: non scappare, non rimandare, non negare… naviga con Lui.
Qual è, ora, la tua tempesta?».
La forza di questa riflessione sta in una parola del Vangelo che spesso passa inosservata: “costrinse”. Gesù non suggerisce, non consiglia, non invita gentilmente. Costringe i discepoli a salire sulla barca e ad allontanarsi da un luogo carico di entusiasmo, successo e consenso. Dopo il miracolo dei pani e dei pesci, non concede loro di restare a godere l’euforia del momento.
Don Rito coglie qui un nodo essenziale della vita spirituale: la fede non è fatta per essere trattenuta in uno spazio di consolazione, ma per essere verificata nel mare aperto dell’esistenza. Il passaggio dalla riva sicura alla barca che affronta la tempesta rappresenta il passaggio da una fede emotiva a una fede matura.
Quante volte, come i discepoli, vorremmo restare nel “luogo del miracolo”: un’esperienza riuscita, una relazione serena, un periodo di entusiasmo, una preghiera che consola. E invece la vita – e talvolta Dio stesso – sembra strapparci via da lì. Non per punirci, ma per educarci.
La tempesta non è il segno dell’assenza di Dio, ma il luogo in cui la fiducia viene purificata. Gesù, come suggerisce la riflessione, sembra porre una domanda scomoda ma decisiva: ti fidi di me anche quando non senti più nulla? Quando la gioia lascia spazio alla fatica, quando i buoni propositi vacillano, quando riaffiorano paure e fragilità?
L’invito finale è estremamente concreto e pastorale: dare un nome alla propria tempesta. Non restare nel vago, non spiritualizzare il disagio, ma riconoscerlo per quello che è: una paura, una relazione difficile, una stanchezza profonda, un vizio che ritorna. E poi un gesto piccolo, possibile, reale: non scappare, non rimandare, non negare.
In fondo il Vangelo non promette mari sempre calmi, ma una presenza che non viene meno. Navigare con Lui non significa evitare la tempesta, ma attraversarla senza perdere la rotta.
E la domanda resta aperta, come un esame di coscienza che interpella ciascuno: qual è, oggi, la tua tempesta?




