Pacchianelle, Befana ed Epifania: il tempo che si chiude e ricomincia
Epifania significa, letteralmente, manifestazione. È una parola che non descrive un’emozione, ma un evento: qualcosa che si rende visibile, che esce dall’ombra e si mostra. Nel cristianesimo occidentale questa manifestazione viene fatta coincidere con la visita dei cosiddetti Magi al bambino Gesù, ma la scena che oggi immaginiamo è il risultato di secoli di sovrapposizioni, di racconti aggiunti, di dettagli fissati dal folklore più che dal testo evangelico. Non sappiamo quanti fossero, non erano necessariamente re, e il termine stesso con cui vengono indicati rimanda a un orizzonte culturale ambiguo e inquietante, quello dei sapienti orientali, mediatori tra cielo e terra.
L’Epifania, tuttavia, non è solo una festa del racconto: è soprattutto un momento chiave del calendario. Segna la fine di un ciclo e, proprio per questo, l’inizio di un altro. L’inverno, per le società preindustriali, non era soltanto una stagione fredda, ma un tempo di sospensione e di rischio: la luce diminuisce, il sole sembra indebolirsi, la terra è immobile. In questo contesto si colloca un lungo periodo “di margine”, che va dall’autunno avanzato all’inizio di gennaio, in cui il mondo appare meno stabile e i confini tra i vivi e i morti, tra l’ordinario e lo straordinario, si fanno più porosi.
È dentro questo spazio che prende forma il cosiddetto “ciclo del dono”, in cui i regali sono uno strumento simbolico potentissimo, che serve a rinsaldare relazioni, a ridefinire ruoli sociali, a propiziare l’abbondanza proprio quando la scarsità è più temuta. Non è un caso che, in molte tradizioni italiane, il ciclo si apra con la commemorazione dei defunti e si chiuda proprio il 6 gennaio. L’Epifania è, evidentemente, il momento in cui il tempo straordinario deve essere ricondotto all’ordine.
Qui entra in scena la Befana, figura ambigua e potentissima, forse la più complessa tra i portatori di doni (san Martino, san Nicola, santa Caterina, santa Lucia, Babbo Natale). Vecchia, volante, legata al camino e alla notte, la Befana è più di una simpatica dispensatrice di dolci o carbone: è soprattutto una figura di soglia, insieme benevola e inquietante, che accompagna la fine del tempo festivo. Il suo dono è l’ultimo e, proprio per questo, decisivo: dopo il suo passaggio, il mondo può tornare a funzionare. Non a caso si dice che “l’Epifania tutte le feste porta via”, formula che non esprime una lamentela, ma sancisce ritualmente la chiusura del ciclo.
Nella Penisola Sorrentina, però, il 6 gennaio non coincide solo con la Befana. A Vico Equense, infatti, in quella giornata prende forma un’altra modalità di chiusura del tempo natalizio: la sfilata delle Pacchianelle. Si tratta di una tradizione relativamente recente, istituita nel 1909 per volontà di Frà Pasquale Somma, frate dei Padri Minimi del convento di San Vito, con l’obiettivo di dare una forma pubblica e condivisa alla devozione natalizia della comunità. Questo dato è importante, perché chiarisce che le Pacchianelle non sono il residuo indistinto di un passato lontano, ma una tradizione progettata, pensata per durare e per organizzare il sacro nello spazio urbano. E non sono semplici costumi folklorici o rappresentazioni: sono corpi. Attraverso il corpo femminile, infatti, il sacro diventa mobile: esce dalla chiesa, dall’altare, dal presepe fisso e cammina per le strade del paese. È un presepe che non si visita, ma che attraversa la comunità. Le strade restano strade, le piazze restano piazze, ma vengono percorse da corpi che portano addosso un ordine simbolico riconoscibile.
Nello specifico, la sfilata delle Pacchianelle consiste in un corteo ordinato e ritualizzato di donne, generalmente giovani, che attraversano le strade di Vico Equense indossando abiti ispirati all’iconografia del presepe tradizionale e della devozione natalizia popolare. Questi abiti non sono costumi di scena, bensì riproduzioni codificate di un abbigliamento contadino idealizzato: gonne lunghe e ampie, grembiuli ricamati, camicie bianche, corpetti, scialli e mantiglie, spesso nei toni del blu, del rosso e dei colori della terra, con il capo coperto da fazzoletti o veli. A completare l’assetto visivo, le Pacchianelle portano con sé oggetti simbolici legati alla Natività e alla vita domestica, come cesti con pane, frutta secca o agrumi, brocche, lanterne accese e piccoli doni-offerta. La sfilata è accompagnata da canti tradizionali natalizi, eseguiti senza strumenti musicali invadenti, in modo da mantenere un’atmosfera composta e non spettacolare. Il passo è lento e misurato: non c’è danza né rappresentazione teatrale, ma un camminare rituale che rende il sacro visibile nello spazio ordinario, trasformando temporaneamente le strade del paese in un presepe itinerante.
La coincidenza con l’Epifania non è casuale, dal momento che questo è il giorno della manifestazione e della soglia finale. Se la Befana chiude il ciclo attraverso il consumo e lo scarto, mescolando dono e residuo, le Pacchianelle lo fanno attraverso l’esposizione composta e misurata del sacro. Sono due risposte diverse allo stesso problema rituale: come far finire il tempo straordinario senza lasciare il mondo disordinato. La Befana dissolve e porta via; le Pacchianelle mostrano e consegnano.
Nel loro avanzare lento, le Pacchianelle rendono visibile qualcosa che normalmente resta implicito: l’identità stessa della comunità. Non la spiegano né la spettacolarizzano, ma la fanno camminare. Per qualche ora il paese si guarda mentre si riconosce nei propri segni, nei propri corpi, nel modo in cui sceglie di esporre il sacro senza consumarlo. Poi il rito si chiude e il tempo ordinario riprende il suo corso. Il 6 gennaio, così, non è soltanto una fine, ma un nuovo inizio mascherato: il momento in cui il sacro si manifesta un’ultima volta prima di ritrarsi, lasciando il mondo nuovamente, e pienamente, umano. In questo equilibrio delicato tra Befana e Pacchianelle, tra dispersione e forma, tra chiusura e consegna, si gioca ancora oggi una parte profonda dell’identità rituale della Penisola Sorrentina.
Immagine: Sandro Botticelli, “L’Adorazione dei Magi”, 1475 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze






