Lo zodiaco dopo l’oroscopo. Perché le stelle non dicono nulla, ma continuano a produrre immagini
Ogni fine d’anno si ripresenta la stessa scena, con una puntualità quasi rituale. I calendari stanno per essere sostituiti, l’anno vecchio viene archiviato, e nello spazio pubblico si diffonde una vera e propria frenesia di previsioni. Politica, economia, clima, salute, relazioni: tutto sembra dover essere anticipato, spiegato, reso leggibile prima ancora di accadere. In questo clima di ansia temporale, l’oroscopo torna puntualmente a occupare uno spazio mediatico sproporzionato rispetto al suo valore conoscitivo. Lo sappiamo bene: le stelle non condizionano le nostre vite, non esiste alcun meccanismo causale credibile, e le previsioni astrologiche sono formulate in modo vago, generico, intercambiabile, tale da poter essere adattato a chiunque.
Eppure l’oroscopo ritorna. Torna ogni anno, negli stessi giorni, con la stessa struttura, lo stesso lessico, le stesse promesse attenuate. Non perché sia vero, ma perché serve a qualcosa. Capire a cosa serva, tuttavia, richiede di distinguere con attenzione l’oroscopo contemporaneo dalla lunga e complessa storia culturale dello zodiaco.
Per millenni, infatti, l’astrologia non è stata considerata una superstizione né una forma di intrattenimento. Le sue origini risalgono alle grandi civiltà del Vicino Oriente antico, in particolare alla Mesopotamia, dove l’osservazione del cielo aveva una funzione eminentemente politica e rituale. I movimenti degli astri non servivano a prevedere il destino individuale, ma a interpretare l’ordine del mondo, a leggere la relazione tra potere, tempo e divinità. Le prime forme di astrologia erano collettive, non personalizzate, cioè riguardavano il regno, la città, il raccolto, la guerra. Il cielo non parlava ai singoli, ma alla comunità.
Con la cultura greca avviene una trasformazione decisiva, perché lo zodiaco viene sistematizzato come struttura simbolica, suddiviso in segni, associato a miti, temperamenti, elementi naturali. Nasce così l’idea che il cielo possa funzionare come una mappa leggibile, una griglia capace di ordinare il caos dell’esperienza. È in età ellenistica, infatti, che l’astrologia si sposta progressivamente sull’individuo, attraverso l’oroscopo personale basato sull’ora di nascita, diventando uno strumento per pensare il carattere, le inclinazioni e le possibilità di ciascuno.
Per secoli astrologia, astronomia, medicina e filosofia hanno convissuto senza una separazione netta, condividendo lo stesso orizzonte simbolico e cognitivo. Solo con la modernità scientifica questa continuità si spezza, producendo una frattura profonda: l’astrologia perde ogni statuto di sapere legittimo, mentre lo zodiaco sopravvive in una forma semplificata e popolare. Da linguaggio colto per pensare il cosmo, si trasforma in una macchina di micro-previsioni ridotte a dodici categorie fisse, identiche per milioni di persone.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché continuiamo a usarlo? Non certo perché cerchiamo informazioni affidabili sul futuro (sappiamo bene che non esistono) ma perché, alla fine dell’anno, cerchiamo una forma simbolica che renda attraversabile il passaggio. In questo senso, l’oroscopo offre qualcosa di semplice e potente, ossia una narrazione minima del tempo che viene, una grammatica elementare dell’attesa. L’oroscopo non dice cosa accadrà davvero, ma dice che qualcosa accadrà, che il tempo non sarà informe, che esistono temi, cicli, prove, opportunità. Funziona, dunque, come un rituale laico di fine anno. È falso sul piano fattuale, ma efficace su quello simbolico, nel senso che non spiega il mondo, ma lo rende temporaneamente comprensibile e, soprattutto, sopportabile. Non promette certezze, ma offre una cornice narrativa entro cui il futuro può essere immaginato.
Questa funzione emerge con particolare chiarezza nei momenti di crisi e turbamento collettivo. Non è un caso che il ricorso ad astrologi, cartomanti e operatori dell’occulto aumenti quando il futuro appare più opaco e minaccioso. Dopo l’invasione dell’Ucraina, ad esempio, il consumo di pratiche divinatorie è cresciuto sensibilmente in Russia, segno che l’oroscopo non serve a conoscere il futuro, ma a renderlo comprensibile quando diventa inquietante.
Questo meccanismo era stato colto con grande lucidità già nel Novecento. Nel 1953 Theodor Adorno pubblicò “The Stars Down to Earth”, una critica feroce alla rubrica astrologica del “Los Angeles Times”. Per Adorno, l’oroscopo funzionava come una stampella psicologica per un’America delusa e invecchiata, alimentando conformismo e rinuncia al pensiero critico. Qualche anno dopo, tuttavia, Roland Barthes propose una lettura diversa. Per Barthes, l’astrologia non è un’apertura al sogno, ma uno specchio rigoroso della realtà sociale: l’impiegato e la commessa leggono l’oroscopo per raccontarsi, in forma stereotipata, l’incubo della loro vita quotidiana.
Letti insieme, Adorno e Barthes mostrano due facce dello stesso dispositivo: l’oroscopo come meccanismo di adattamento e come specchio sociale. Ed è proprio per questo che, nei periodi di crisi economica, il ricorso all’occulto aumenta. Uno studio di Rosamaria Alibrandi e Mario Centorrino ha parlato di una vera e propria “democratizzazione dell’occulto”, legata all’incertezza del lavoro, della salute, delle relazioni. Quando il futuro diventa opaco, cresce il bisogno di qualcuno – o qualcosa – che lo renda almeno narrabile.
È in questo quadro che si colloca un libello sullo zodiaco che io stesso ho realizzato con Raffaele Mellino negli ultimi mesi: “Le costellazioni di Capri: l’alchimia dello zodiaco delle sirene”. Non come parentesi né come contraddizione, ma come esempio concreto di un uso diverso e consapevole dello zodiaco. In questo lavoro, infatti, lo zodiaco non è trattato come un sistema di previsioni, ma come un archivio simbolico e narrativo, una grammatica di figure attraverso cui costruire immagini, racconti e paesaggi interiori.
I testi non descrivono i segni zodiacali in senso astrologico, né pretendono di dire qualcosa sul destino delle persone. Descrivono opere d’arte: composizioni visive, rimandi mitologici, dialoghi tra figure archetipiche e il paesaggio di Capri. Il cielo non è il referente ultimo, ma il quadro. Le stelle non governano nulla, ma vengono assorbite, rielaborate, trasformate in materia immaginativa.
In questo senso lo zodiaco diventa uno strumento poetico, non un sistema di verità, per cui serve a organizzare una sequenza, a scandire un percorso, a mettere in relazione immagini e tempi senza attribuire loro alcuna necessità causale. Capri non è “sotto” le costellazioni, bensì le ingloba, le piega alla roccia, al mare, alla luce, facendone un lessico figurativo anziché un dispositivo predittivo.
Tra i dodici segni, abbiamo incluso Ofiuco, non per “correggere”lo zodiaco, ma per netterlo in tensione, perché un segno in più non rende il sistema più vero, ma ne mostra l’arbitrarietà. Dove l’oroscopo ha bisogno di stabilità per funzionare come promessa, l’operazione artistica lavora sull’instabilità per produrre senso.
Dunque, lo zodiaco non muore mai perché è una tecnologia narrativa del tempo. Ogni società ha bisogno di strumenti per pensare l’inizio, la fine, il passaggio. L’oroscopo di fine anno è la sua forma più povera e ripetitiva. Ma il fatto che continui a essere riutilizzato in chiave poetica, artistica e letteraria mostra che il problema non è liberarsene, bensì decidere come usarlo.
Alla fine dell’anno torniamo all’oroscopo non perché crediamo alle stelle, ma perché abbiamo bisogno di raccontarci che il tempo che viene può essere detto, immaginato, figurato. Quando lo zodiaco smette di promettere il futuro, può finalmente tornare a fare ciò che ha sempre fatto meglio: non dirci cosa saremo, ma offrirci immagini con cui pensarlo.
Immagine: “Bilancia”, di Raffaele Mellino, 2025






