Piano di Sorrento, Don Rito Maresca condivide la lettera del medico di Gaza Izzeldin Abuelaish: «Nessun bambino impari a odiare»
Ci sono incontri che lasciano un segno profondo e parole che continuano a risuonare anche dopo che un appuntamento si è concluso. È il senso del messaggio condiviso da don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia di Mortora, a Piano di Sorrento, che si appresta a lasciare la comunità in seguito al trasferimento a Capri.
In questi giorni, mentre si moltiplicano i messaggi di affetto e di saluto, il sacerdote ha scelto di condividere una lettera ricevuta dal dottor Izzeldin Abuelaish, medico palestinese originario di Gaza, conosciuto per aver trasformato il dolore personale, segnato dalla perdita di tre figlie, in un impegno costante per la pace, il dialogo e la riconciliazione.
La lettera è il frutto degli incontri, delle conferenze e delle iniziative che hanno coinvolto Napoli, Sorrento e Castellammare di Stabia, occasioni durante le quali centinaia di persone hanno potuto ascoltare la testimonianza del medico e riflettere sul valore della dignità umana, della convivenza e del rifiuto dell’odio. Un percorso reso possibile anche dall’impegno organizzativo di don Rito, che Abuelaish ha voluto ringraziare personalmente.
Il sacerdote, tuttavia, non ha voluto trattenere per sé quelle parole. Ha scelto di rivolgerle idealmente a tutti coloro che hanno partecipato agli incontri, a chi ha ascoltato in silenzio, a chi ha offerto un abbraccio e a chi ha contribuito, anche con gesti semplici e discreti, alla realizzazione delle iniziative.
Particolarmente significativa la riflessione di don Rito sul passaggio in cui Abuelaish esprime il desiderio di lavorare per un mondo in cui nessun bambino debba imparare a odiare. Un pensiero che supera i confini del conflitto in Medio Oriente e interpella la quotidianità di ciascuno, il linguaggio utilizzato, gli atteggiamenti verso chi è diverso e il modo in cui si educano le nuove generazioni.
«L’odio non nasce da solo: si insegna», osserva il sacerdote, invitando a riconoscere quanto la costruzione della pace cominci anche nelle relazioni più vicine, nelle parole pronunciate ogni giorno e nella capacità di accogliere l’altro.
Un messaggio particolarmente significativo in un momento di passaggio per la comunità di Mortora, che si prepara a salutare il proprio amministratore parrocchiale. La condivisione della lettera diventa così anche un’occasione per ribadire il valore dell’ascolto, della solidarietà e dell’impegno concreto per una società più umana.
Don Rito scrive: «In questi giorni in cui mi arrivano tanti messaggi vorrei condividervi questa lettera indirizzata a me, ma che non è per me.
Il dott. Izzeldin Abuelaish, il medico di Gaza che ha perso tre figlie e ha scelto di non odiare, mi ha scritto dopo i giorni passati tra Napoli, Sorrento e Castellammare. E mi ha chiesto una cosa precisa: farla arrivare a voi.
A chi era in sala. A chi ha ascoltato in silenzio. A chi lo ha abbracciato all’uscita. A chi ha preparato le sedie e spento le luci alla fine.
C’è una frase che non riesco a togliermi dalla testa. Scrive che lavora per un mondo in cui nessun bambino debba imparare a odiare.
Imparare. L’odio non nasce da solo: si insegna. A tavola, nei commenti, nel modo in cui parliamo di chi è diverso da noi.
Ed è lì che questa lettera smette di parlare di Gaza e comincia a parlare di casa nostra.
Lui è arrivato con un messaggio di speranza. Dice che riparte con una speranza più grande, grazie a voi. Grazie davvero…».
La lettera che il medico palestinese ha affidato a don Rito, chiedendogli di condividerla con tutti coloro che hanno preso parte agli incontri in Campania, è una testimonianza di gratitudine che, partendo dall’esperienza personale di chi ha conosciuto il dolore più grande, si trasforma in un appello universale alla pace, alla compassione e alla responsabilità di costruire un mondo in cui nessun bambino debba imparare a odiare: «Caro padre Rito,
desidero esprimerti la mia più sincera gratitudine per la tua straordinaria gentilezza, generosità e dedizione nell’organizzare gli incontri, le conferenze e le attività a Napoli, Sorrento e Castellammare.
Il tuo impegno è andato ben oltre l’organizzazione di eventi. Hai creato occasioni preziose perché le persone potessero incontrarsi, ascoltare, riflettere e soprattutto riconoscere che ognuno di noi ha un ruolo da svolgere nel rendere questo mondo più compassionevole, pacifico e umano.
Ti sono profondamente grato anche per l’incontro con il cardinale Pierbattista Pizzaballa: un momento particolarmente prezioso di dialogo, di riflessione e di condivisione delle nostre speranze per un futuro più umano e pacifico. Il tuo impegno nel riunire persone con esperienze e prospettive diverse è davvero apprezzato.
Desidero ringraziare di cuore anche le centinaia di persone che hanno ascoltato i miei interventi e partecipato alle attività in queste comunità. La loro presenza, la loro attenzione, la loro cordialità hanno significato per me più di quanto le parole possano dire. Voglio che ciascuno sappia che non do per scontato il loro sostegno. Mi hanno donato qualcosa di prezioso: un’ispirazione rinnovata e una speranza più grande che, anche in un mondo segnato da conflitti, odio e divisioni, le persone restino disposte ad ascoltare, a comprendere e a fare la differenza.
Ti sarei molto grato se potessi condividere questo messaggio con tutti coloro che hanno partecipato e con le comunità di Napoli, Sorrento e Castellammare. Voglio che sappiano quanto mi hanno commosso e quanto la loro partecipazione abbia rafforzato la mia determinazione a continuare a lavorare per la salute, la pace, la dignità umana e per un mondo in cui nessun bambino debba imparare a odiare.
Questi incontri hanno confermato ciò in cui credo profondamente: il cambiamento comincia quando le persone sono disposte a unirsi, ad ascoltarsi e a riconoscere la nostra comune umanità. Possiamo avere origini, fedi, esperienze e prospettive diverse, ma la sofferenza non conosce confini, e ogni essere umano merita dignità, compassione e la possibilità di vivere in pace.
Sono venuto in Italia sperando di condividere la mia esperienza e il mio messaggio. Riparto ancora più ispirato, incoraggiato e pieno di speranza, grazie alle persone che ho incontrato e alla gentilezza che ho ricevuto. Tu e tutti coloro che hanno reso possibili questi incontri mi avete ricordato che la pace non è soltanto un’aspirazione di cui parlare: è una responsabilità da vivere nelle nostre azioni, nelle nostre relazioni e nella volontà di superare le divisioni.
Come dico spesso, forse da soli non possiamo cambiare il mondo intero, ma ognuno di noi può fare la differenza nella vita di un altro essere umano. Quando le persone si uniscono con cuore sincero e uno scopo comune, questi sforzi individuali possono diventare una forza potente di cambiamento.
Caro padre Rito, grazie per aver trasformato la buona volontà in azione, per aver aperto porte, per aver riunito persone e creato momenti che porterò con me a lungo. La tua gentilezza e il tuo impegno mi hanno lasciato un segno indelebile.
Spero che questi incontri siano l’inizio di amicizie durature e di una collaborazione che continui. Insieme possiamo ispirare altri, soprattutto i giovani, a scegliere la compassione invece dell’odio, la comprensione invece della divisione, l’umanità invece dell’indifferenza.
Ti prego di accogliere la mia più profonda gratitudine e di trasmettere il mio grazie più caloroso a tutti coloro che hanno organizzato, partecipato, sostenuto e contribuito a queste attività a Napoli, Sorrento e Castellammare.
Sono arrivato con un messaggio di speranza e riparto con una speranza ancora più grande, grazie a tutti voi. Grazie per avermi ricordato che ci sono tantissime persone buone, pronte ad ascoltare, a prendersi cura e a rendere il mondo un posto migliore.
Con sincera gratitudine, amicizia e speranza,
Izzeldin Abuelaish».
La testimonianza condivisa da don Rito Maresca consegna alle comunità coinvolte un invito che conserva tutta la sua attualità: la pace non è soltanto un principio da affermare, ma una responsabilità da esercitare attraverso comportamenti, relazioni e scelte quotidiane. Le parole di Abuelaish ricordano che anche un incontro, una mano tesa o la disponibilità ad ascoltare possono contribuire a contrastare l’indifferenza e a costruire legami autentici.
E forse è proprio questo il significato più profondo della lettera: la speranza non cancella il dolore, ma può nascere anche da esso e trasformarsi in un impegno condiviso. Un’eredità morale da custodire e trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, affinché nessun bambino debba imparare l’odio e ogni persona possa crescere riconoscendo nell’altro non un nemico, ma un essere umano da rispettare.
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