Da Mortora a Capri, la lettera di don Rito Maresca: «Vi voglio bene, insieme con voi sono cresciuto»
Ci sono saluti che non segnano una fine ma aprono nuove strade. E ci sono parole che, nel momento di un distacco, riescono a trasformare la malinconia in gratitudine e l’incertezza in una rinnovata speranza. È questo il senso profondo della lettera che don Rito Maresca ha voluto rivolgere alla comunità di Mortora, a Piano di Sorrento, nel giorno in cui ha annunciato la sua disponibilità ad assumere un nuovo incarico pastorale sull’isola di Capri.
L’Arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia ha infatti annunciato nuovi incarichi pastorali per due sacerdoti del territorio. L’arcivescovo, monsignor Francesco Alfano, ha affidato a don Rito Maresca la cura pastorale della parrocchia di Santo Stefano Protomartire a Capri, mentre don Carmine Sorrentino guiderà la parrocchia di Santa Maria di Galatea, nella frazione di Mortora. Don Rito raggiungerà l’isola azzurra insieme al diacono Luigi Candela, iniziando una nuova esperienza al servizio della comunità caprese.
Una scelta che porta con sé emozioni, interrogativi e inevitabili nostalgie, soprattutto dopo nove anni trascorsi a Mortora, condividendo con i fedeli percorsi di crescita spirituale, progetti pastorali e nuove esperienze di partecipazione alla vita della Chiesa. Ma nella lettera del sacerdote non prevale il rimpianto. Al contrario, emerge la convinzione che la missione cristiana non appartenga a una singola persona, né possa essere legata esclusivamente alla presenza di un parroco: è un cammino comunitario, destinato a proseguire anche quando cambiano i volti e i luoghi.
Don Rito si rivolge ai suoi fedeli con schiettezza, senza nascondere le difficoltà di una separazione che coinvolge affetti e relazioni profonde. Chiede loro di accogliere il nuovo parroco, don Carmine Sorrentino, con fiducia e apertura, riconoscendo nel cambiamento non una perdita, ma un’occasione per mettere a frutto quanto costruito insieme.
Il filo conduttore del suo messaggio è la fiducia nella Provvidenza: la consapevolezza che Dio continui a preparare un banchetto per tutti, invitando ciascuno a partecipare e, soprattutto, a farsi a propria volta portatore di un invito. Una Chiesa che non si chiude nelle proprie consuetudini, ma che esce incontro alle persone, specialmente a chi vive ai margini, nei «crocicchi delle strade» e nelle periferie esistenziali.
È con questo spirito che don Rito si prepara a raggiungere Capri, portando con sé l’esperienza maturata a Mortora e la volontà di continuare a costruire comunità accoglienti e missionarie.
Di seguito il testo integrale della lettera di don Rito Maresca alla comunità di Mortora: «Una lettera alla mia comunità di Mortora, nel giorno in cui vi annuncio che il vescovo mi ha chiesto di andare a Capri.
Carissimi amici di Mortora, e non solo,
ve lo dico subito, perché le cose importanti si dicono senza giri di parole: il vescovo mi ha chiesto la disponibilità a servire la comunità di Santo Stefano e Marina Grande, a Capri. E io ho dato il mio sì.
Mi piace pensare, però, che questa richiesta del vescovo non sia solo per me: essa è per tutti noi una sfida a essere più generosi. Parlo al plurale perché in questi anni ci siamo detti tante volte che la missione non appartiene solo ai preti o alle suore ma a tutta la Chiesa. Oggi il vescovo ci chiede di condividere il cammino con la comunità di Capri, lo ha chiesto a me, ma in realtà lo chiede a tutti noi. Ho fede che non sia Mons. Francesco Alfano, ma che attraverso di lui, Dio ci chieda di ripartire e di morire a noi stessi per portare più frutto.
Chiede a me di incominciare una nuova missione in un contesto totalmente diverso e chiede a voi di continuare a camminare sui sentieri che abbiamo incominciato a battere insieme. Vi accompagnerà don Carmine Sorrentino che con noi ha già condiviso tanta strada quando era seminarista, che vi conosce e che molti di voi già stimano e amano. Accoglietelo nella grazia dello Spirito Santo, per lui sarà la prima esperienza da parroco, con voi tirerà fuori il meglio del ministero, di voi si innamorerà, per voi piangerà e sorriderà di gioia, per voi sarà immagine del buon pastore. Don Carmine si metterà in ascolto delle vostre storie e dei nostri cammini, curioso di farsi raccontare degli strani esperimenti che abbiamo incominciato insieme e desideroso di contribuire con la sua fede sincera e profonda.
So bene cosa state pensando: ma con tanti problemi ed emergenze, con tanti altri sacerdoti che per un motivo o un altro stanno nelle loro comunità da tanto tempo, non potevi dire di no? Perché ci abbandoni? Proprio ora mentre tanti altri progetti erano in campo e soprattutto tante persone stavano vivendo una primavera di rinascita personale e spirituale.
Sapete quanto sia appassionato di progetti e nuovi percorsi pastorali e quanto abbia approfittato della vostra disponibilità e fiducia per provare sentieri inesplorati, ma di queste cose sono preoccupato fino ad un certo punto: se Dio vorrà, andranno avanti e, se voi siete cresciuti attraverso di loro, sarete i primi a sentirvene responsabili.
Per le persone, invece, sono più in pena.
Tanti tra voi, ne sono sicuro, continueranno a camminare perché sono alberi robusti (che paradosso gli alberi che camminano!). Nove anni fa al mio arrivo in questa comunità ho trovato tante persone mature nella fede, per questo ringrazio il buon Dio e don Francesco Saverio Iaccarino che mi aveva preceduto; tante altre auspico di poter lasciare ora che vado via.
Altri, spero pochi, tireranno un sospiro di sollievo per la partenza del parroco appassionato più per quelli di fuori che per la comunità storica di Mortora. A loro chiedo scusa, se non sia riuscito, come il Padre misericordioso del vangelo, ad uscire incontro anche al fratello maggiore che si lamentava dell’accoglienza data al fratello minore irresponsabile e dissoluto.
Molti, invece, sono in una fase di passaggio da una fede vissuta per abitudine ad un cuore acceso. A loro dico fidatevi, alzate gli occhi, il cammino iniziato non dipende solo dal rapporto personale con il parroco, ma è Dio e il suo Spirito che ci hanno acceso e ci fanno crescere. Forse per questi ultimi, per un attimo, ho pensato di dire di no alla richiesta del vescovo, ma sono convinto che, se lo avessi fatto, avremmo tradito tutto quello di cui in questi anni abbiamo parlato e che abbiamo sognato insieme.
Chi tra voi mi conosce, sa con quanta schiettezza dica quello che penso e, con le parole di San Paolo nella lettera ai Galati, quante volte abbia affrontato “a muso duro” il vescovo ed alcuni suoi collaboratori. Ma se sulla gestione della diocesi e sulle sfide della Chiesa ho idee chiare per cui sono disposto anche a combattere, quando arriva una chiamata personale, credo che ci sia solo da decidere tra fidarsi o pensare a se stessi, tra rischiare la propria vita o cercare di salvarla con mille giustificazioni umane.
Io voglio ancora una volta fidarmi, voglio fidarmi della Parola di questa domenica:
“Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande,
un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.” (Is 25,6)
Non solo il Signore preparerà per me e per voi un banchetto, ma dobbiamo confessare e proclamare che in questi anni per noi ha già tante volte preparato questo banchetto e, come spesso cantiamo, “lo ha fatto già e lo farà ancora”. Questo giorno non deve essere triste ma deve essere il giorno in cui celebriamo il banchetto che il Signore sta preparando davanti ai nostri occhi, perché, come dice il salmo 23, Lui è il buon pastore, che non fa mancare nulla, che davanti a noi prepara una mensa e che fa traboccare il nostro calice di gioia.
Il regno di Dio è questo banchetto di nozze a cui tutti sono invitati e per il quale anche noi dobbiamo farci invitanti. La nostra parrocchia di Mortora è diventata sempre più un luogo invitante in cui tanti si sono avvicinati con curiosità; ora voi, insieme a don Carmine, continuate ad invitare, facendo quello che in modo programmatico il vangelo ci dice proprio questa domenica “andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (Mt 22,9).
Continuate ad invitare, specie quelli che sono fermi ai crocicchi delle strade, nei bivi della vita, in quelle che Papa Francesco chiamava le periferie esistenziali. La Chiesa esiste per questo, per essere missionaria, non per difendere una cultura od offrire “servizi religiosi per tradizione”, ma per far sentire le persone amate, tutte le persone, non quelle della nostra cerchia, non quelle di Mortora, non solo quelle vecchie ma “tutti, tutti, tutti” diceva Papa Francesco.
Io andrò a Capri a provare a fare la stessa cosa. E se resteremo uniti nella visione e nella missione, potremo essere lontani ma essere davvero un’unica comunità, la Chiesa di Gesù, il suo corpo che agisce e lo rende presente nella storia.
Oggi per noi deve continuare ad essere un giorno di festa, non il tempo in cui ci viene tolto qualcosa, non il momento in cui pensare che io sia tolto a voi e voi tolti a me. Questo sarebbe un modo piccolo di leggere la realtà, non ci viene tolto nulla o comunque quello che ci viene tolto è molto di meno di quanto abbiamo ricevuto.
La sfida è cambiare mentalità (metanoia, conversione) e scoprire che questo è il tempo in cui ci è data la possibilità di dare, di dare ad altri quello che gratuitamente abbiamo ricevuto: io portare a Capri la nostra esperienza e voi condividere quanto avete vissuto e sperimentato non solo con don Carmine ma con le tante, tantissime persone che aspettano agli angoli delle piazze. Questo è il vestito delle nozze che il Signore ci chiede di indossare nel Vangelo di questo giorno «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”» (Mt 22,11). L’abito nuziale è il nostro atteggiamento, è l’atteggiamento di chi sa di essere stato invitato ad una festa e anche con il suo vestito contribuisce alla gioia.
Non avere l’abito nuziale è l’immagine di chi si è imbucato solo per mangiare: aver fame è legittimo, entrare ad una festa solo per mangiare è approfittarsene. Chi ha fede viene in parrocchia per mangiare ma non solo per mangiare, per prendere ma non solo per sé, per ricevere ma non per trattenere in modo egoistico, viene invece per far festa con gli altri, con il suo abito nuziale, per contribuire e per portare il dono della sua persona.
Indossate oggi questo abito nuziale, la tristezza del distacco umano che io e voi sentiamo, non prenda il sopravvento sulla nostra festa, quella che tante volte abbiamo celebrato e alla quale tanti altri dobbiamo invitare a Capri e a Mortora.
Vi voglio bene. Ho provato a volervi bene, con alcuni mi è riuscito meglio, con altri peggio, con alcuni è stato facile, con altri mi è risultato più difficile, ma sappiate che ci ho provato e insieme con voi sono cresciuto tanto e sono cambiato.
Non sono mancati gli errori di cui mi pento e vi chiedo scusa. Chiedo perdono alle persone che ho fatto soffrire, a quelle che, preso nelle mie tante attività, non sono riuscito a seguire come avrebbero avuto bisogno.
Sono grato a tutti coloro che si sono fatti in quattro per il sogno di una comunità in cui incontrare Gesù vivo nell’abbraccio dei fratelli. Continuate ad invitare altri e a vivere un servizio gratuito e disinteressato per far crescere non la Chiesa ma il Regno di Dio in mezzo a noi.
Il Signore ha preparato e preparerà per noi un banchetto di nozze, lo ha fatto già e lo farà ancora. Io mi fido di questo, ne sono grato e oggi chiedo anche a voi di vivere questa gratitudine e fidarvi ancora.
Buon cammino, vi benedico.
Don Rito Maresca».
Le parole di don Rito Maresca consegnano alla comunità di Mortora un messaggio che va oltre il semplice avvicendamento alla guida di una parrocchia. Sono il racconto di un legame costruito nel tempo, con le sue soddisfazioni e le sue fatiche, ma anche un invito a non fermarsi davanti al cambiamento.
Il sacerdote non nasconde il dolore della separazione, né rinuncia a chiedere perdono per gli errori commessi e per le persone che, talvolta, non è riuscito ad accompagnare come avrebbe voluto. Proprio questa sincerità rende il suo saluto particolarmente umano: non il bilancio di un percorso perfetto, ma la testimonianza di una crescita condivisa, nella quale anche chi guida impara, si mette in discussione e cambia.
A Mortora si apre ora una nuova stagione con don Carmine Sorrentino, chiamato a raccogliere un cammino già avviato e a scriverne nuove pagine insieme ai fedeli. A Capri, invece, don Rito porterà l’esperienza maturata in nove anni di ministero, con il desiderio di continuare a costruire una comunità capace di accogliere, ascoltare e raggiungere chi si trova ai margini.
È forse proprio qui che si concentra il significato più profondo della sua lettera: una comunità non appartiene a chi la guida, ma cresce attraverso le persone che la abitano e la fede che le unisce. Per questo la distanza geografica non deve necessariamente diventare distanza spirituale.
Il saluto di don Rito si trasforma così in un augurio rivolto a entrambe le comunità: continuare a invitare, a condividere e a vivere la fede non come un’abitudine da custodire, ma come un dono da trasmettere.
Perché, come ricorda il sacerdote nella conclusione della sua lettera, il Signore ha già preparato tante volte il suo banchetto e continuerà a farlo. A ciascuno resta il compito di fidarsi, di partecipare alla festa e di lasciare sempre un posto per chi ancora attende un invito.
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