Piano di Sorrento: don Rito Maresca trasferito a Capri, a Mortora arriva don Carmine Sorrentino. Riaffiora la tradizione del giuspatronato
L’Arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia annuncia nuovi incarichi pastorali per due sacerdoti del territorio. Con una comunicazione ufficiale, l’arcivescovo monsignor Francesco Alfano ha affidato a don Rito Maresca la cura pastorale della parrocchia di Santo Stefano Protomartire a Capri e a don Carmine Sorrentino quella della parrocchia di Santa Maria di Galatea, nella frazione di Mortora, a Piano di Sorrento. Don Rito Maresca arriverà a Capri insieme al diacono Luigi Candela, assumendo un nuovo incarico pastorale sull’isola. Contestualmente, dopo quattro anni di servizio, don Pasquale Irolla si prepara a lasciare la comunità caprese. A spiegare le ragioni della decisione è stato lo stesso don Pasquale, che durante la celebrazione liturgica ha dichiarato: «Le mie condizioni di salute mi impongono di concludere qui il mio ministero sull’isola».
Per don Rito Maresca si apre una nuova fase del ministero sacerdotale sull’isola di Capri, dopo aver ricoperto il ruolo di amministratore parrocchiale a Mortora. Un avvicendamento che, oltre agli aspetti pastorali, richiama l’attenzione su una questione storica e giuridica particolarmente significativa per alcune comunità della Penisola sorrentina: il giuspatronato, l’antico istituto che riconosceva a determinati fedeli o comunità il diritto di eleggere o presentare il proprio parroco.
Il giuspatronato affonda le proprie radici in una tradizione secolare, nata dal contributo economico e patrimoniale che una comunità di fedeli, un fondatore o una famiglia patronale destinava al sostentamento di una chiesa e delle sue attività. In determinate circostanze, a tale contributo corrispondeva il diritto di presentare o eleggere il sacerdote destinato a guidare la parrocchia, secondo le regole canoniche applicabili.
Non si trattava, dunque, di una semplice consuetudine o di una manifestazione simbolica della volontà popolare, ma di una prerogativa che, laddove validamente riconosciuta e ancora vigente, poteva produrre effetti giuridici concreti nella procedura di nomina del parroco.
Il punto più delicato riguardava proprio il legame tra il sacerdote eletto e la comunità che lo aveva scelto. Una volta intervenuta l’istituzione canonica da parte dell’autorità ecclesiastica competente, il parroco non era assimilabile a un semplice incaricato trasferibile liberamente da una sede all’altra. Il suo ufficio era disciplinato dalle norme canoniche e, nei casi di effettivo giuspatronato, anche dai diritti connessi al patronato stesso.
È questo l’aspetto centrale della questione: il parroco legittimamente eletto dalla comunità in forza di un giuspatronato valido non poteva essere trasferito arbitrariamente come se si trattasse di un sacerdote nominato senza alcun vincolo derivante da quel diritto storico.
Il giuspatronato, infatti, non attribuiva necessariamente alla comunità soltanto la possibilità di indicare un nome, ma poteva configurare una posizione giuridica tutelata, da considerare nel procedimento di nomina e nelle eventuali decisioni successive relative all’ufficio parrocchiale. Il vescovo conservava le proprie competenze canoniche, ma il loro esercizio doveva rispettare i diritti legittimamente acquisiti e le norme applicabili.
È tuttavia necessario distinguere il principio storico dalla disciplina canonica vigente: non è corretto affermare in assoluto che un parroco eletto in forza del giuspatronato non possa mai essere trasferito. L’eventuale trasferimento deve essere valutato alla luce del diritto canonico applicabile, dello status giuridico del patronato e delle circostanze del singolo caso. Il diritto di patronato, da solo, non comporta automaticamente un vincolo perpetuo o un divieto assoluto di trasferimento.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere le vicende delle parrocchie che, nel corso dei secoli, hanno conservato una particolare relazione con il proprio parroco e con il diritto della comunità di partecipare alla sua scelta.
Storicamente, la Penisola Sorrentina era una delle rare zone al mondo (su circa 21 comunità totali rimaste a livello globale) a mantenere questo privilegio. Le 7 parrocchie interessate erano: Santa Maria del Lauro (Meta), San Michele Arcangelo (Piano di Sorrento), Santissima Trinità (Piano di Sorrento), Mortora (Piano di Sorrento), Trasaella (Sant’Agnello), Santi Prisco e Agnello (Sant’Agnello) e
Casarlano (Sorrento).
Nel corso degli anni l’esercizio del giuspatronato è stato oggetto di cambiamenti e di interventi da parte delle autorità ecclesiastiche. Gli orientamenti succedutisi alla guida della diocesi, prima con monsignor Felice Cece e successivamente con monsignor Francesco Alfano, hanno accompagnato una progressiva evoluzione delle procedure di nomina dei parroci, riconducendole nell’ambito delle competenze della Curia.
Il passaggio di don Rito Maresca da Mortora a Capri e l’affidamento della comunità di Santa Maria di Galatea a don Carmine Sorrentino riportano così l’attenzione su un tema che va oltre il singolo avvicendamento sacerdotale: il rapporto tra l’autorità ecclesiastica, i diritti storici delle comunità e la continuità della vita parrocchiale.
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