Piano di Sorrento, la conclusione della Novena affidata a Monsignor Arturo Aiello: «San Michele, la spada bianca e il tempo della fede» – VIDEO
Piano di Sorrento. Si è conclusa ieri la Novena dedicata al Patrono San Michele Arcangelo con una celebrazione particolarmente sentita affidata a Monsignor Arturo Aiello, vescovo di Avellino e per tantissimi anni alla guida della comunità parrocchiale carottese.
Un legame, quello tra Monsignor Aiello e Piano di Sorrento, che il tempo e la distanza non hanno mai spezzato. Anche quest’anno il vescovo non ha fatto mancare la sua presenza nei giorni dedicati a San Michele tornando nella comunità alla quale, come ha ricordato nella sua omelia, è «legato a doppia mandata», pur essendo oggi fisicamente lontano.
La voce della comunità riunita in preghiera è stata una delle immagini da cui il vescovo ha preso le mosse: «Finché la voce sarà così gridata e corale, ci sarà ancora fede».
Una fede che a Piano di Sorrento, ha sottolineato, è «impregnata, intrisa della protezione dell’Arcangelo Michele sin da antica data» e che occorre «raccogliere anche stasera per rilanciare questa devozione».
Il cuore della riflessione è stato il mistero stesso dell’Arcangelo, difficile da comprendere proprio perché appartiene alla dimensione dell’invisibile. Il volto, l’elmo, la spada, la corazza e il combattimento, ha spiegato Monsignor Aiello, sono immagini e simboli che la tradizione biblica e popolare ci ha consegnato per aiutarci «a fare un salto nel vuoto verso questa dimensione dell’invisibile». È la stessa dimensione che il cristiano proclama nel Credo quando riconosce Dio come «creatore delle cose visibili e invisibili». E, ha osservato il vescovo, «le cose invisibili sono di gran lunga più luminose e numerose rispetto a quelle visibili» che possiamo percepire attraverso i nostri sensi.
In questo orizzonte si inserisce la figura di Michele, più volte presente nell’Antico Testamento e protagonista della grande battaglia narrata nell’Apocalisse. Monsignor Aiello ha ricordato anche il motto scelto per le recenti ordinazioni presbiterali celebrate nella diocesi di Avellino: “Nemo adiuto nisi Michael”, richiamando la figura dell’angelo che combatte contro le potenze del male.
Linguaggio visionario, simboli, immagini sovrapposte: l’Apocalisse, ha spiegato il vescovo, può apparire come un racconto «fantasmagorico». Ma alcuni di quei simboli possono essere sciolti e riportati alla vita concreta.
La donna in procinto di partorire e il drago pronto a divorare il bambino diventano così l’immagine di un’umanità che genera il futuro, ma che vede quel futuro minacciato fin dal suo nascere. Il bambino è il futuro, sono le generazioni che verranno, sono i giovani.
Ed è proprio in questo scenario che entra in scena San Michele, con la sua spada bianca. Una spada che, nella lettura proposta da Aiello, è «la spada della Parola di Dio». L’Arcangelo la sguaina contro il male e pronuncia, attraverso il suo stesso nome, la domanda decisiva: «Chi è come Dio?». Una domanda apparentemente retorica ma che diventa tutt’altro che astratta quando entra nel concreto dell’esistenza. Perché, ha osservato Monsignor Aiello, l’umanità contemporanea rischia di coltivare la convinzione di poter fare a meno di Dio, di poter «scalare il cielo» e bastare a se stessa.
Il riferimento è arrivato anche alla cultura contemporanea e alla corsa verso l’intelligenza artificiale, inserita dal vescovo nella più ampia riflessione sul rischio di un’umanità che, attraverso la propria capacità tecnica e intellettuale, finisca per perdere il senso della propria creaturalità.
Ma la guerra raccontata dall’Apocalisse non è soltanto una scena lontana e simbolica. Il campo di battaglia, ha detto il vescovo, è dentro ciascuno. «Il nostro cuore è il vero campo di battaglia» dove «i pensieri di Dio e i pensieri del drago si combattono ogni giorno».
Da qui l’invito a chiedere, per intercessione di San Michele, di essere liberati soprattutto da quello che Aiello ha definito «disordine mentale»: l’accumulo di pensieri, immagini, desideri e informazioni che finiscono per riempire la mente e il cuore di cose «inutili e spesso dannose».
Non soltanto il disordine morale, dunque, ma prima ancora quello interiore. Una mente continuamente attraversata da stimoli, proposte e seduzioni, in un mondo nel quale – ha osservato il vescovo – sono molte le cose che assumiamo senza accorgerci che alcune possono essere «velenose».
E allora la richiesta diventa essenziale: «Fa’ che Dio sia Dio». Che Dio venga riconosciuto come Dio nella vita, negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro e nel tempo.
Accanto alla drammaticità della battaglia, però, l’Apocalisse consegna anche una buona notizia. Il male è violento perché «sa di avere poco tempo». Ma proprio quel poco tempo rappresenta il limite della sua azione. Il drago, ha ricordato Aiello, è sempre raffigurato sotto i piedi di San Michele, in segno di dominio. È potente, ma ha i giorni contati. È questa una delle parole di speranza consegnate alla comunità: il male può tentare, può ferire, può cercare di «tagliare le gambe» ai progetti di bene, ma non ha l’ultima parola.
E qui il vescovo ha introdotto un secondo elemento decisivo: anche l’uomo ha poco tempo. «Noi e lui abbiamo poco tempo», ha detto riferendosi al diavolo e all’uomo. Per il male quel tempo diventa una corsa disperata per allontanare l’uomo da Cristo; per il credente, invece, è il tempo della resistenza, della perseveranza, della preghiera. «Il tempo ormai si è fatto breve», ha ricordato citando San Paolo. Non un invito a vivere nella paura della morte, ma a riconoscere il valore irripetibile del tempo presente.
Con il suo abituale linguaggio ricco di riferimenti biblici, letterari e storici, Monsignor Aiello ha poi evocato il cavallo di Troia e il grido di Laocoonte: Timeo Danaos et dona ferentes, «ho paura dei Greci anche quando portano doni».
Un’immagine diventata metafora della tentazione. Il drago, ha osservato, non si presenta necessariamente come un mostro che tutti riconoscerebbero e dal quale fuggirebbero. «Si presenta vestito bene», avvenente, elegante, portando doni. La tentazione arriva spesso su un «vassoio d’argento o d’oro».
Da qui una domanda rivolta idealmente alla comunità di San Michele: quali sono i «cavalli di Troia» che facciamo entrare nella nostra vita? Quali doni apparentemente innocui possono invece nascondere qualcosa capace di ferire la fede, le relazioni, la vita interiore?
La battaglia, ha ribadito il vescovo, non dura per sempre. Dura «per poco tempo». «Resisti ancora un poco». È forse questa la parola più umana e più intensa dell’omelia: resisti.
«Ancora un poco, un poco appena», ha ripetuto Aiello rivolgendosi idealmente a chi è malato, a chi vive la sofferenza, a chi è preoccupato per i figli, a chi attraversa problemi e difficoltà. Non una promessa che le prove siano semplici, ma l’annuncio che non dureranno per sempre. Il male ha il tempo contato. Anche la nostra lotta ha il tempo contato.
«Vita hominis milizia»: la vita dell’uomo è combattimento. Ma è un combattimento che non lascia il credente senza speranza, perché alla fine della strada c’è un luogo «senza lotte, senza milizie», un luogo nel quale l’uomo sarà libero da ciò che minaccia la sua felicità.
Nel corso dell’omelia non è mancato anche il consueto tono ironico e affettuoso che caratterizza il rapporto di Monsignor Aiello con la sua ex comunità. Rivolgendosi alle confraternite presenti il vescovo ha scherzato sull’assenza della delegazione di Piano di Sorrento a un recente appuntamento nazionale delle confraternite, raccontando con ironia la propria «pessima figura» e affidandosi scherzosamente all’intercessione di San Michele e di Sant’Antonino perché la prossima volta la comunità possa essere maggiormente rappresentata.
Una parentesi leggera, capace però di riportare ancora una volta il discorso alla dimensione comunitaria: una comunità che conserva memoria della propria storia, delle proprie tradizioni e delle proprie relazioni.
Nel finale Monsignor Aiello ha affidato a San Michele una preghiera per la comunità di Piano di Sorrento. «San Michele – ha detto – ti ho detto tante parole, ma tu che sai toccare i cuori con la punta, senza ferire, ovviamente con la punta della tua spada bianca, sguaina la spada bianca».
E la richiesta conclusiva è stata quella di consolare il cuore dei suoi «ex fedeli» e di donare loro la consapevolezza che, proprio perché il tempo è breve, vale la pena impegnarsi di più.
È stato così che la conclusione della Novena è diventata anche un ritorno alle radici: alla voce corale della comunità, alla devozione antica per il Patrono, alla memoria di un parroco che continua a sentirsi parte di questa storia.
E sotto la protezione di San Michele, la domanda che accompagna la festa resta quella incisa nel nome stesso dell’Arcangelo: «Chi è come Dio?».
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