Piano di Sorrento, sesto appuntamento con la Novena di San Michele: il combattimento spirituale e il discernimento del cuore – VIDEO
Piano di Sorrento. Prosegue nella Basilica di San Michele la Novena in preparazione alla festa patronale di San Michele Arcangelo. Nel sesto appuntamento l’amministratore parrocchiale don Antonino D’Esposito ha posto al centro della sua omelia il tema del combattimento spirituale, invitando la comunità a prestare attenzione a ciò che accade nel cuore e nella mente, luogo nel quale si incontrano pensieri, sentimenti, desideri, ispirazioni, ma anche tentazioni.
«Il combattimento spirituale è un po’ il filo conduttore di questa nostra Novena di San Michele», ha ricordato don Antonino, sottolineando la necessità di imparare a «decifrare, cogliere e comprendere» le dinamiche interiori che accompagnano la vita di ogni persona.
Il punto di partenza è la consapevolezza che Dio ha creato l’uomo per la vita, per la gioia, per la salvezza e per la comunione con Lui. Ma proprio perché la vita spirituale è un cammino, occorre anche riconoscere ciò che può allontanare da questa meta. Il cuore, ha spiegato il sacerdote, è infatti il luogo dell’esperienza dell’amore e della presenza di Dio, ma può diventare anche il luogo nel quale si insinuano pensieri e dinamiche che conducono verso il male.
Per spiegare come agisce la tentazione don Antonino ha proposto un esempio molto concreto, quello delle truffe telefoniche. Il truffatore cerca di fare leva sulla paura e sui sentimenti della vittima, chiedendo una risposta immediata: bisogna agire subito, consegnare il denaro, non avere il tempo di riflettere e, soprattutto, non parlare con nessuno. «Due tattiche: la velocità e la fretta», ha osservato don Antonino. A queste si aggiunge il silenzio: chi vuole ingannare cerca di impedire alla persona di confrontarsi con qualcun altro, perché il confronto potrebbe far emergere l’inganno.
La dinamica, secondo don Antonino, può essere letta anche in chiave spirituale. La tentazione è spesso frettolosa: pretende tutto e subito, non lascia spazio alla riflessione, spinge a reagire d’impulso. Al contrario, ciò che viene da Dio conosce i tempi della maturazione, dell’attesa e del discernimento.
«Le cose che vengono da Dio hanno tempi più lunghi», ha sottolineato. Non tutto deve accadere immediatamente e non ogni pensiero che nasce dentro di noi deve necessariamente trasformarsi in una decisione.
Un’altra questione fondamentale riguarda il modo in cui la tentazione si manifesta. Il male, infatti, raramente si presenta con il proprio volto. Piuttosto, può apparire sotto l’apparenza del bene, quella che la tradizione spirituale definisce sub specie boni.
Don Antonino ha invitato così a guardare con attenzione anche alle proprie motivazioni. L’avarizia, per esempio, può presentarsi come prudenza e capacità di risparmiare; l’ambizione può nascondersi dietro il desiderio di mettersi al servizio degli altri; l’orgoglio può assumere l’aspetto di una legittima aspirazione a fare qualcosa di buono.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma anche perché lo facciamo.
Per questo diventa fondamentale il discernimento. Non basta chiedersi se una cosa appare buona: occorre interrogarsi sulla direzione verso cui conduce.
A questo punto l’omelia ha richiamato una suggestiva immagine della tradizione dei monaci del deserto: quella del portiere del cuore. Il cristiano, ha spiegato don Antonino, dovrebbe imparare a custodire la porta del proprio cuore interrogando i pensieri che si affacciano dentro di sé: «Tu da dove vieni? Dove mi porti?».
Un pensiero che conduce all’arroganza, alla divisione, alla paura e alla chiusura va riconosciuto per quello che è. Un pensiero che porta invece alla pace, al servizio, all’amore e alla comunione può essere accolto come un possibile frutto dell’azione di Dio.
È un esercizio di discernimento che richiede attenzione e sincerità. Perché non tutto ciò che sentiamo corrisponde alla verità e non ogni emozione deve necessariamente diventare una decisione.
La parte centrale dell’omelia si è concentrata quindi su tre atteggiamenti fondamentali per la vita spirituale.
Il primo è mettersi davanti a Dio con la preghiera. È nella relazione con Dio che il credente può ritrovare il proprio orientamento e imparare a leggere ciò che accade nel proprio cuore.
Il secondo è mettersi davanti a se stessi con la riflessione, facendo verità dentro di sé e imparando a chiamare le cose con il loro nome. «Bisogna essere sinceri con se stessi», ha ribadito don Antonino, senza paura di riconoscere anche le proprie fragilità.
Il terzo è mettersi davanti agli altri con il colloquio. Perché una persona può ingannare anche se stessa e può aver bisogno di qualcuno che, dall’esterno, la aiuti a vedere ciò che da sola non riesce a riconoscere. Può essere un sacerdote, un padre spirituale, un confessore, ma anche una persona della comunità che abbia esperienza di fede, capacità di ascolto e libertà interiore. Non si tratta di cercare qualcuno che dia semplicemente ragione alle nostre convinzioni. Al contrario, bisogna cercare una persona libera, capace di dire anche una parola scomoda quando è necessario.
Il confronto diventa particolarmente importante quando un problema viene assolutizzato oppure, al contrario, banalizzato. Un pensiero può crescere dentro di noi fino a diventare un peso enorme, mentre una volta espresso e condiviso può essere ridimensionato.
Don Antonino ha fatto riferimento anche alle difficoltà che possono riguardare i più giovani, quando un’immagine negativa di sé o una convinzione può diventare un vero e proprio «tarlo» interiore.
Da qui l’invito ad aprire il cuore: «Nessuno può capire» non può diventare una condanna al silenzio. Parlare, confrontarsi, mettere fuori ciò che si porta dentro può aiutare a distinguere la realtà dalle suggestioni, le difficoltà concrete dai pensieri che finiscono per ingigantirle.
Questo vale per i ragazzi ma anche per gli adulti: nella vita di ciascuno possono esserci momenti nei quali una parola, un ascolto autentico e un confronto sincero diventano strumenti preziosi di discernimento.
A rendere ancora più concreta la sua riflessione, don Antonino ha raccontato un episodio della sua giovinezza, risalente agli anni del seminario. Tra i compagni c’era una persona verso la quale provava una forte antipatia. Ogni volta che la incontrava avvertiva una reazione negativa, arrivando quasi a desiderare di evitare quella persona. Eppure entrambi vivevano la stessa esperienza comunitaria, pregavano insieme e partecipavano alla stessa Eucaristia. A un certo punto don Antonino decise di confidarsi con un altro compagno al quale raccontò sinceramente ciò che provava. La risposta ricevuta lo aiutò a guardare diversamente quella situazione. Il giorno dopo, quelle sensazioni così forti sembravano essersi dissolte.
«Come è importante a volte manifestare, dire con sincerità quello che portiamo dentro», ha osservato, ricordando che il male può spesso assumere la forma di una suggestione.
Anni dopo, incontrò nuovamente quella persona. Nel frattempo era diventata sacerdote e aveva costruito la propria famiglia. Parlando con lui, scoprì qualcosa di significativo: anche l’altro aveva vissuto una difficoltà simile e aveva percepito una distanza che non era soltanto unilaterale.
Un piccolo episodio personale, ha spiegato don Antonino, ma capace di mostrare quanto il confronto possa aiutare a liberarsi da impressioni e giudizi che, se non vengono espressi e verificati, rischiano di crescere dentro di noi.
Al termine dell’omelia è tornato così il filo conduttore della Novena: il combattimento spirituale. Un combattimento che non significa vivere nella paura ma imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi e a scegliere consapevolmente ciò che conduce verso Dio.
La preghiera, la riflessione e il confronto diventano allora tre strumenti per custodire il cuore: davanti a Dio con la preghiera, davanti a noi stessi con la riflessione, davanti agli altri con il colloquio.
È anche in questa prospettiva che la figura di San Michele Arcangelo acquista un significato particolare nel cammino della Novena: un invito a rimanere vigili, a non lasciarsi ingannare dalle apparenze, a discernere ciò che conduce alla divisione da ciò che costruisce comunione.
Nel cuore della comunità di Piano di Sorrento il sesto appuntamento della Novena diventa così un’occasione per guardare non soltanto al mondo esterno, ma soprattutto al proprio mondo interiore: quel luogo nel quale ogni giorno si incontrano pensieri, sentimenti, desideri e decisioni, e nel quale ciascuno è chiamato a scegliere quale voce ascoltare.
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