Piano di Sorrento, terza sera della novena di San Michele: don Antonino invita a riconoscere i pensieri che abitano il cuore – VIDEO
Piano di Sorrento. Entrare nel profondo di se stessi per riconoscere ciò che orienta la propria vita, imparare a distinguere il bene dal male e riscoprire quella che San Paolo definisce la «buona battaglia». È stato questo il filo conduttore della terza giornata della novena in preparazione alla solennità di San Michele Arcangelo.
Un percorso di fede che, giorno dopo giorno, accompagna la comunità verso la festa patronale e che nella celebrazione di questa giornata ha trovato un particolare punto di riferimento nella figura di San Pio da Pietrelcina, del quale la Chiesa fa memoria il 23 settembre. A richiamare il legame tra Padre Pio e San Michele è stato l’amministratore parrocchiale don Antonino D’Esposito che nell’omelia ha proposto ai fedeli una riflessione sulla dimensione spirituale della vita e sulla necessità del discernimento.
Padre Pio, ha ricordato don Antonino, era profondamente devoto all’Arcangelo Michele. Prima di recarsi a San Giovanni Rotondo per incontrarlo molti fedeli facevano tappa al santuario di Monte Sant’Angelo, sul Gargano. Un legame che si inserisce in una tradizione ancora più antica: San Francesco d’Assisi, particolarmente legato a San Michele, era solito vivere un periodo di preparazione spirituale in vista della festa dell’Arcangelo. Proprio durante una di queste quaresime, nel 1224, ricevette le stimmate sul monte della Verna.
Un richiamo alla preparazione, dunque, che don Antonino ha collegato direttamente al cammino della comunità di Piano di Sorrento verso la festa patronale.
Al centro della riflessione è stata posta la «buona battaglia», non intesa come uno scontro contro altre persone, ma come un combattimento interiore che riguarda ciascuno.
Riprendendo l’immagine proposta da San Paolo nella Lettera agli Efesini, don Antonino ha ricordato come la lotta del cristiano non sia semplicemente contro ciò che è visibile. La sfida, ha spiegato, riguarda soprattutto ciò che accade nel cuore e nella coscienza.
Da qui un invito a non trasformare mai l’altro in un nemico. La dimensione spirituale della battaglia cristiana, secondo la prospettiva proposta nell’omelia, non autorizza a demonizzare le persone o a scaricare sugli altri le proprie difficoltà. Il vero confronto avviene innanzitutto dentro di noi.
Ed è proprio qui che entra in gioco il discernimento, cioè la capacità di riconoscere ciò che conduce verso il bene e ciò che, invece, allontana da esso.
Don Antonino ha dedicato ampio spazio al tema dei pensieri, richiamando la tradizione spirituale dei monaci del deserto, che per secoli hanno studiato e approfondito i movimenti interiori dell’uomo.
Non tutti i pensieri, ha spiegato, hanno la stessa origine o producono gli stessi effetti. Esistono i pensieri ordinari, legati alla vita quotidiana, ma esistono anche pensieri che possono condurre verso il bene e altri che, al contrario, generano divisione, paura, scoraggiamento e chiusura.
Un criterio fondamentale è osservare ciò che un pensiero produce. Ciò che viene da Dio lascia spazio alla libertà, non costringe e non esercita violenza. Lo Spirito, invece, conduce verso la comunione, incoraggia, apre agli altri e orienta verso il bene.
Anche l’inquietudine, ha precisato don Antonino, non è necessariamente negativa. Può esistere una «santa inquietudine», quella che spinge una persona a interrogarsi, a cambiare strada, a cercare una risposta e persino a riavvicinarsi alla fede.
Un altro passaggio significativo dell’omelia ha riguardato la necessità di intervenire sui pensieri e sugli atteggiamenti prima che possano trasformarsi in comportamenti consolidati.
Per spiegare questo concetto don Antonino ha utilizzato l’immagine di un fiume inquinato. Non basta intervenire alla foce quando ormai tutto ciò che arriva è contaminato: bisogna risalire il corso d’acqua e individuare la sorgente dell’inquinamento.
La stessa dinamica, ha spiegato, può essere applicata alla vita spirituale. Se si aspetta che un comportamento negativo diventi una dipendenza o un vizio, intervenire può risultare molto più difficile. Per questo occorre imparare a riconoscere prima i pensieri e le inclinazioni che possono condurre verso una direzione sbagliata.
In questo percorso don Antonino ha ricordato anche il valore della guida e dell’accompagnamento spirituale, citando la propria esperienza giovanile con gli insegnamenti di Sant’Ignazio di Loyola e del discernimento degli spiriti.
Un altro punto affrontato durante la celebrazione ha riguardato due possibili forme di inganno interiore: l’assolutizzazione e la banalizzazione.
Un problema, un fallimento, una delusione o una difficoltà possono diventare, nella percezione di una persona, qualcosa di definitivo. È il momento in cui un singolo episodio sembra occupare tutto lo spazio della vita e far apparire ogni prospettiva futura come impossibile.
All’opposto c’è la banalizzazione: convincersi che qualcosa non sia grave semplicemente perché lo fanno tutti o perché è diventato normale nella società. Anche questa, secondo la riflessione proposta, può essere una strada pericolosa, perché porta progressivamente ad abbassare la soglia della propria attenzione e responsabilità.
La via del discernimento passa invece dalla capacità di fermarsi, guardare ciò che accade dentro di sé e interrogarsi sul significato delle proprie scelte.
Il cuore dell’omelia è arrivato con l’invito a rientrare in se stessi, recuperando quella dimensione spirituale che rischia spesso di essere trascurata.
Richiamando la visione biblica dell’uomo come unità di corpo, anima e spirito, don Antonino ha sottolineato come la dimensione interiore rappresenti una parte fondamentale della persona. Corpo e dimensione psicologica non sono separati dalla vita spirituale ma possono essere orientati e sostenuti proprio attraverso un rinnovato rapporto con Dio.
A sostegno di questa riflessione è stata richiamata la parabola del figlio prodigo. Nel momento più basso della sua esperienza il giovane «rientrò in se stesso»: proprio da quel ritorno alla propria interiorità nacque la possibilità di riconoscersi nuovamente figlio e di tornare alla casa del padre.
Lo stesso movimento è espresso nel Salmo 130, il De profundis: «Dal profondo a te grido, Signore». Un’immagine che diventa anche una chiave di lettura per il cammino spirituale proposto durante questa novena.
Al termine della celebrazione l’invito rivolto alla comunità è stato quindi quello di vivere la novena non soltanto come un appuntamento tradizionale in vista della festa patronale, ma come un’occasione per un percorso personale.
Attraverso l’intercessione di San Michele Arcangelo, don Antonino ha invitato i fedeli a riscoprire la parte più profonda della propria vita, proprio là dove si combatte la «buona battaglia».
Un messaggio che si inserisce nel cammino verso la solennità di San Michele, quando Piano di Sorrento rinnoverà ancora una volta il proprio legame con il patrono. Una preparazione che, attraverso la preghiera e la riflessione, chiede alla comunità non soltanto di attendere la festa, ma di arrivarci con uno sguardo rinnovato sulla propria vita e sulla propria fede.
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