Il fuoco sulla montagna, la paura nel cuore di Positano. Non possiamo più stare a guardare
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’abituarsi a vedere la propria montagna bruciare.
Forse è proprio questa la cosa che più mi fa paura.
Non soltanto le fiamme. Non soltanto il fumo che sale nella notte. Non soltanto il bagliore rosso che si vede da ogni angolo del paese. Mi fa paura l’idea che, prima o poi, possiamo cominciare a considerarlo normale.
Ieri sera Laurito. Questa sera Tordigliano. Due incendi in due giorni, in due punti diversi del nostro territorio, con le fiamme che si prendono la montagna e noi che guardiamo, con il fiato sospeso, aspettando che qualcuno riesca a fermarle.
Ancora una volta il cielo si illumina. Ancora una volta gli occhi si rivolgono verso la montagna. Ancora una volta Positano guarda e aspetta.
Ed è forse proprio questo il punto: quanto ancora possiamo permetterci di limitarci ad aspettare?
Le notizie, i video, le fotografie che girano sui telefoni raccontano una parte della realtà. Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di andare a vedere con i miei occhi. Sono andato verso Tordigliano. E lì, davanti a quella montagna illuminata dalle fiamme, tutto è diventato improvvisamente più concreto.
Da lontano un incendio può sembrare un’immagine. Quando sei lì davanti, invece, capisci quanto sia diverso. Vedi il fuoco che si muove sul costone. Vedi il buio della montagna interrotto continuamente dalle fiamme. Cerchi di capire dove stiano andando, quanto sia grande il fronte dell’incendio, quanto possa essere vicino a ciò che non riesci a vedere. E soprattutto ti rendi conto di una cosa: non puoi fare praticamente nulla. Puoi guardare. Puoi aspettare. Puoi sperare che chi sta intervenendo riesca a fermarlo.
Quella è stata la sensazione più forte che mi sono portato via questa sera: l’impotenza.
Intorno a me altre persone guardavano la montagna. C’era chi cercava notizie, chi telefonava, chi indicava un punto preciso delle fiamme. Tutti, in fondo, avevamo lo stesso bisogno di capire. E nessuno aveva davvero una risposta. Quando guardi le fiamme da vicino, pensi inevitabilmente a quello che c’è intorno. Alle case. Ai sentieri. Alle strade. Alla vegetazione. Alle persone. Ma pensi anche al giorno dopo. Perché un incendio non finisce davvero quando vengono spente le ultime fiamme.
Resta una montagna ferita. Resta la vegetazione distrutta. Resta un versante più fragile.
E poi arriveranno le piogge, e con esse il rischio che una montagna privata della sua vegetazione reagisca nel modo che noi della Costiera conosciamo fin troppo bene.
Per questo non possiamo parlare soltanto di emergenza. Dobbiamo parlare di prevenzione.
Due incendi in due giorni non sono una prova di nulla. E non voglio fare processi senza conoscere i fatti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato far finta che non esista una domanda. Non si può escludere, a questo punto, nemmeno l’ipotesi di un incendio doloso. Lo dovranno stabilire gli accertamenti, non i social, non le voci, non le impressioni di chi guarda le fiamme dalla strada.
Se è stata una fatalità, bisognerà capire come sia accaduto. Se c’è stata imprudenza, bisognerà individuare le responsabilità. Se qualcuno ha appiccato volontariamente il fuoco allora ci troveremmo davanti a qualcosa di ancora più grave: qualcuno avrebbe deciso deliberatamente di mettere a rischio il nostro territorio.
E in quel caso non sarebbe soltanto un problema ambientale. Sarebbe un problema di sicurezza. Sarebbe un attacco a una comunità. Sarebbe un gesto contro una terra che appartiene a tutti noi.
Quando brucia una parte della nostra montagna, non stiamo perdendo soltanto degli alberi. Stiamo perdendo un pezzo del paesaggio che ci appartiene. E forse perdiamo anche qualcosa di più difficile da misurare: la certezza che quel territorio, che abbiamo sempre considerato nostro, sia ancora al sicuro.
Non possiamo ricordarci della prevenzione soltanto quando brucia È facile parlare di emergenza mentre una montagna è in fiamme. Molto più difficile è occuparsi della prevenzione quando tutto sembra tranquillo. Eppure è proprio allora che bisogna farlo.
Servono controlli, monitoraggio, manutenzione, presidio del territorio. Serve la capacità di intervenire immediatamente quando arriva una segnalazione. E serve, soprattutto, che la tutela della montagna non venga considerata una questione secondaria. Perché la nostra montagna non è un fondale. Non è lo sfondo delle fotografie. È parte integrante di Positano.
Questa sera, tornando via da Tordigliano, mi sono rimaste negli occhi quelle fiamme. E mi è rimasta soprattutto quella sensazione di impotenza che si prova quando sei davanti a qualcosa di molto più grande di te. Ma non possiamo accettare che questa sensazione diventi rassegnazione.
Ieri Laurito. Oggi Tordigliano. Domani dove?
È una domanda che nessuno vorrebbe fare. E proprio per questo dobbiamo farla adesso.
Non per creare allarmismo. Non per accusare qualcuno senza prove. Ma per pretendere attenzione, prevenzione e risposte.
Perché Positano non può vivere aspettando che il prossimo incendio ci ricordi quanto sia fragile.
E noi positanesi non possiamo limitarci a guardare la montagna bruciare e sperare che qualcuno riesca a spegnerla.
Questa terra è casa nostra. E una casa, prima che bruci, si protegge.



