La giornalista Désirée Klain: «Sigfrido Ranucci va difeso. E con lui va difeso Report»
Ranucci va difeso? La domanda, prima ancora della risposta, impone di guardare ai fatti. Perché la vicenda che riguarda il conduttore di Report non si esaurisce nella sostituzione di un volto televisivo, né può essere ridotta a una normale scelta editoriale della Rai. Sullo sfondo ci sono anni di inchieste, pressioni, querele, minacce e un attentato davanti alla sua abitazione. E c’è una redazione che oggi rivendica il proprio ruolo e la propria autonomia, fino a mettere in discussione la possibilità stessa di proseguire il lavoro nelle condizioni attuali.
È da questo punto che parte la riflessione della giornalista Désirée Klain, che sceglie una posizione netta: «Sigfrido Ranucci va difeso.
Non perché sia intoccabile, ma perché oggi è difficile ignorare un dato: è un giornalista che da anni vive sotto scorta, che ha subito minacce, che ha affrontato insieme alla redazione di Report centinaia di iniziative giudiziarie, con una cifra vicina alle 300 querele più volte riportata pubblicamente, e che nell’ottobre 2025 è stato vittima di un attentato davanti alla propria abitazione.
Nelle indagini su quell’attentato, la magistratura ha individuato presunti responsabili e Valter Lavitola ha ammesso di averne ordinato l’organizzazione, sostenendo una motivazione diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti. In ogni caso, dalle ricostruzioni disponibili non emerge che Ranucci fosse a conoscenza del piano. Ranucci, dunque, è la vittima di quell’attentato, non il suo autore.
Eppure oggi è proprio lui a essere allontanato dalla conduzione di Report.
La Rai ha deciso di sostituirlo con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Ma la questione più profonda riguarda la redazione: i giornalisti di Report hanno contestato di non essere stati coinvolti nelle decisioni sul futuro della trasmissione e hanno prospettato, se la scelta non verrà rivista, persino l’uscita in blocco.
Non è una semplice questione di palinsesto. Report è nato per indagare il potere.
Lo ha fatto con i governi di destra e con quelli di sinistra. Ha raccontato partiti, ministri, imprenditori, banche, grandi interessi economici, istituzioni e uomini potenti, senza chiedere quale fosse il colore politico di chi finiva sotto la lente.
Ed è proprio questo il punto. Quando il giornalismo smette di essere comodo, il potere reagisce. A volte con le polemiche, a volte con le querele, a volte con gli attacchi politici. E nella storia di Report le pressioni non sono arrivate da una sola parte.
Anche oggi, dentro la Rai, si è aperta una frattura. La redazione parla di una decisione calata dall’alto e di un futuro che rischia di snaturare il programma. Sullo sfondo c’è ancora una volta la politica, che da anni accompagna ogni passaggio della storia di Report.
Ma Report non appartiene né alla destra né alla sinistra. Non appartiene a Ranucci. Non appartiene ai dirigenti Rai.
Report appartiene al pubblico.
È del pubblico, perché nasce per informarlo, per porre domande e per portare alla luce ciò che il potere, qualunque potere, preferirebbe non vedere.
La Rai ha il diritto di cambiare un conduttore. Ha il dovere di verificare il lavoro dei propri giornalisti. Ma deve anche garantire l’autonomia editoriale di una redazione che svolge una funzione essenziale nel servizio pubblico.
Se Ranucci ha commesso un errore, lo si dimostri. Se ha violato una regola, lo si accerti. Se esiste una responsabilità, la si contesti con i fatti.
Ma non si può trasformare un giornalista vittima di minacce e di un attentato in un colpevole senza una colpa accertata.
E non si può cambiare la natura di Report semplicemente cambiandone il conduttore.
Perché il problema non è soltanto chi siederà davanti alle telecamere. Il problema è chi avrà ancora la libertà di fare domande.
In questo quadro, è legittimo chiedersi se le modalità con cui viene gestita questa vicenda siano compatibili con i principi dell’European Media Freedom Act, che tutela l’indipendenza editoriale, l’autonomia dei media e l’indipendenza dei servizi pubblici radiotelevisivi. Se tali principi vengono elusi o violati, non è più soltanto una questione interna alla Rai: diventa una questione di libertà dell’informazione.
Report ha disturbato il potere quando governava la destra e quando governava la sinistra.
È questa la sua colpa, se proprio una colpa si vuole trovare. Essere scomodo.
Ed è proprio per questo che va difeso.
Difendere Ranucci significa difendere un giornalista che, allo stato dei fatti, non risulta responsabile dell’attentato di cui è stato vittima e che ha sempre rivendicato il proprio lavoro.
Difendere Report significa difendere una redazione che ha scelto di indagare il potere senza chiedergli il permesso.
Perché Report non è di Ranucci. Non è della Rai. Non è della politica.
È del pubblico.
E difendere Report significa difendere qualcosa che viene prima di ogni nome, di ogni partito e di ogni governo: il diritto dei cittadini a sapere!».



