Intervista impossibile. Marina Grande, il paese che ha scelto di restare: «Il mare è sempre stato la nostra casa»
Arrivo quando la luce del sole deve ancora abbracciare completamente il profilo del Vesuvio. I tavolini dei ristoranti sono ancora vuoti, ma il borgo è già sveglio. Qualcuno sistema una rete, qualcun altro apre lentamente una barca, un gabbiano attraversa il porto con l’aria di chi conosce ogni pietra di questo luogo. Sopra di me, Sorrento comincia la sua giornata. Qui sotto, invece, sembra che il tempo abbia deciso di seguire un altro ritmo.
Mi siedo su un muretto del porticciolo. Marina Grande mi guarda in silenzio.
Tutti la descrivono come il borgo dei pescatori di Sorrento. Le basta questa definizione?
Mi fa piacere, ma è una definizione incompleta, perché se da un lato i pescatori sono stati il cuore della mia storia, dall’altro non tutta la mia storia è fatta soltanto di pesca. Un tempo, qui si costruivano e si riparavano le barche, si rammendavano le reti, si salava il pesce, si aspettavano i venti giusti, si imparava a conoscere il mare molto prima di imparare a leggere. La pesca non era un mestiere fra gli altri: era il modo in cui una comunità organizzava la propria vita. Quando il mare era cattivo, il borgo intero tratteneva il respiro; quando era generoso, la gioia non apparteneva soltanto a chi tornava con la barca piena, ma a tutti.
Eppure, pur appartenendo a Sorrento, qui si ha ancora l’impressione di entrare in un paese diverso.
Perché i paesi non sono fatti dalle case, ma sono fatti dalle relazioni. Le città cambiano rapidamente, sostituiscono negozi, attività, abitudini. Le comunità, invece, cambiano molto più lentamente, infatti qui le famiglie continuano a conoscersi, i soprannomi hanno ancora un significato, le persone si salutano senza averne bisogno. Chi arriva da fuori avverte subito questa differenza, anche se spesso non riesce a darle un nome, infatti crede di essere entrato in un luogo pittoresco, mentre invece è entrato dentro una comunità che, pur trasformandosi, ha scelto di non dimenticare se stessa.
Anche la sua festa più importante sembra raccontare questa identità.
La festa di Sant’Anna è il momento in cui il borgo si riconosce, infatti la chiesa nacque dalla volontà dei pescatori, molto prima che diventasse una meta per i visitatori. Le barche che accompagnano la processione sul mare non sono un elemento folcloristico aggiunto per rendere più spettacolare la celebrazione, anzi sono parte della liturgia stessa, perché qui il mare non è mai stato separato dalla vita religiosa. Le reti, le imbarcazioni, i fuochi d’artificio che illuminano la notte, le famiglie affacciate ai balconi: tutto racconta un’unica storia, quella di una comunità che continua a celebrare la propria origine senza sentirla come un peso.
Anche l’ingresso al borgo è avvolto da una leggenda. Si racconta che i Turchi, durante il saccheggio del 1558, siano passati proprio sotto l’antica Porta.
È una storia che i sorrentini amano raccontare, ma che gli storici spiegano con più prudenza, infatti ritengono che gli invasori siano entrati dalle colline, dove la città era più vulnerabile. Ma vede, le leggende non cercano sempre il percorso più esatto, cercano quello più significativo. Quella Porta è diventata il simbolo dell’accesso al borgo e, come spesso accade, la memoria popolare ha preferito la forza dell’immagine alla precisione della ricostruzione. Io non me ne dispiaccio, perché anche le leggende fanno parte della verità di un luogo.
Nel Novecento arrivò anche il cinema.
Sì, ma il cinema non mi ha inventata, diciamo che mi ha incontrata. Quando Dino Risi girò “Pane, amore e…” con Sofia Loren e Vittorio De Sica, io ero già ciò che sono oggi. Le reti erano stese al sole, i pescatori rientravano all’alba, i bambini correvano sulla spiaggia. Insomma, il cinema si limitò a raccontare una bellezza che esisteva già. Certo, da allora molte persone hanno cominciato a conoscermi attraverso quelle immagini, ma io non sono mai diventata un set. Ho continuato a essere un quartiere abitato, con la sua quotidianità, i suoi problemi, le sue abitudini.
Oggi, però, il turismo è diventato una parte importante della sua economia.
Ed è giusto che sia così, perché i luoghi vivono anche perché vengono visitati. Quello che mi auguro è che il turismo non finisca per sostituire la vita. Un borgo sopravvive finché continua a essere abitato prima ancora che osservato. I ristoranti possono cambiare, gli alberghi possono aumentare, le attività possono trasformarsi, ma se un giorno dovessero scomparire i pescatori, le famiglie, i bambini che giocano sulla spiaggia in inverno, le persone sedute fuori casa a parlare nelle sere d’estate, allora resterebbe soltanto una scenografia. E io non sono mai stata una scenografia.
C’è qualcosa che la rende ancora profondamente legata alla natura?
Più di quanto sembri. Guardi la falesia che mi protegge. Ogni primavera i capperi ricompaiono fra le rocce, come se nessuno avesse mai insegnato loro la differenza tra città e campagna. Guardi il cielo. I gabbiani reali conoscono questo porto meglio di qualsiasi carta nautica e spesso si accorgono del cambiamento del tempo prima degli uomini. Anche qui, dove tutto sembra costruito, la natura continua a ricordare che il Mediterraneo è prima di tutto un equilibrio fra terra, mare e persone.
Se potesse rivolgersi ai sorrentini, che cosa direbbe?
Direi di continuare a scendere questi gradoni anche quando non hanno ospiti da accompagnare. Di venire qui senza un programma, soltanto per sedersi sul muretto del porto e guardare il mare cambiare colore. Ogni comunità ha un luogo nel quale riconosce il proprio carattere. Per Sorrento quel luogo non è soltanto il centro storico. È anche questo piccolo borgo affacciato sull’acqua, dove il mare ha insegnato, per secoli, il significato della pazienza, della fatica e dell’attesa.
E a chi arriva da lontano?
Chiederei una sola cosa: non cercate il borgo che avete visto in fotografia, ma cercate quello che continua a vivere ogni giorno. Se riuscirete a vedere, dietro un piatto di pesce o una facciata colorata, le generazioni di uomini e donne che hanno costruito questo luogo con il loro lavoro, allora porterete via qualcosa di molto più prezioso di un’immagine. Porterete via una comunità.
Quando mi alzo per tornare verso il centro di Sorrento, percorro lentamente gli antichi gradoni che salgono verso la Porta. A metà strada mi volto. Laggiù una barca sta uscendo dal porto, mentre poco più in là un cameriere sistema i tavoli per i primi clienti della giornata. Per un momento mi sembra di assistere a due epoche diverse. Poi capisco che non sono due epoche: sono la stessa storia che continua, ogni mattina, a trovare un nuovo equilibrio fra il mare e gli uomini.







