“The Odyssey”: un film necessario?
“The Odyssey”: un film necessario?
Una reinterpretazione in chiave cinematografica dell’Odissea, nel 2026, è necessaria? Perché Nolan avrebbe scelto di adattare l’opera che più di tutte ha segnato la letteratura occidentale?
“The Odyssey”, uscito nelle sale lo scorso 16 luglio, è l’ultimo film del regista britannico Christopher Nolan. Il progetto si è rivelato molto ambizioso, non soltanto perché si trattava di dover trasporre sul grande schermo un poema epico, ma anche per le modalità con cui il film è stato girato e per la scelta delle location.
“The Odyssey” è stato, infatti, realizzato completamente in IMAX 70 mm, con un utilizzo minimo della CGI e grazie all’applicazione di particolari effetti pratici. Il risultato di questo lavoro sono delle immagini che coinvolgono con grande intensità lo spettatore, facendolo sentire parte della storia.
Non ha scelto di costruire dei set, ma di cercare dei luoghi reali, sparsi fra l’Italia (Favignana, Aci Trezza, Lipari e Stromboli), il Marocco, la Grecia, l’Islanda, la Scozia e Malta, in cui gli attori potessero muoversi liberamente e vivere un’esperienza autentica.
Un altro dei fattori che hanno reso alcune scene indimenticabili è la musica. Il compositore Ludwig Göransson ha condotto una ricerca accurata sugli strumenti che esistevano all’epoca in cui è ambientato il film. In particolare, l’attenzione è stata posta sull’aulos e sulla lira, ricreando delle melodie che fossero filologicamente verosimili. Sono stati impiegati anche gong in bronzo e vari materiali di recupero per restituire una maggiore autenticità. La musica, inoltre, è stata affiancata anche dalla voce di diversi artisti, creando enfasi e pathos.
I costumi sono stati realizzati da Ellen Mirojnick. Il lavoro della costumista, a dire il vero, è stato contestato sin da prima dell’uscita del film, mettendone in luce la poca accuratezza storica. Per The Odyssey sono stati realizzati 5.300 costumi, grazie a un team di oltre 400 persone tra sarti, artigiani e specialisti del settore. La ricerca dei materiali è stata la priorità assoluta: cuoio, lino, metallo battuto… L’obiettivo di Mirojnick, al di là delle critiche, è stato quello di vestire i protagonisti di questa storia in modo da veicolare un messaggio e, quindi, darci delle informazioni in più sul personaggio.
L’Ulisse di Christopher Nolan non è quello che noi tutti conosciamo. L’astuzia, la caratteristica per eccellenza associata all’eroe, diventa un’onta. Ciò che ci viene raccontato, infatti, non è il processo di ideazione del cavallo di Troia o la riappropriazione di Itaca, ma un conflitto interiore. Ulisse, interpretato da Matt Damon, in questa sceneggiatura smette di essere l’eroe omerico e torna ad essere un uomo, tormentato dal senso di colpa e dall’idea dello scorrere del tempo.
L’unica presenza divina che viene rappresentata è quella della dea Atena, interpretata da Zendaya, la quale appare come un’esternazione della coscienza del protagonista. Atena è visibile soltanto a lui e i loro dialoghi suonano come un’interrogazione che Ulisse fa a sé stesso. La dea ha il volto di una delle sacerdotesse che Ulisse vede morire durante la devastazione di Troia. Nell’esatto momento dell’uccisione, la statua di Atena viene decapitata. In questo senso, Atena potrebbe essere considerata anche come un fantasma della guerra che, presentandosi nei momenti di massima intensità del film, attanaglia la mente di Ulisse. Le sirene e il loro canto aiutano Ulisse, seppure in modo brutale, a prendere piena coscienza di quello che è accaduto, del male che lui stesso ha provocato. Ulisse è l’unico ad aver voluto ascoltare le loro voci e descrive a Euricolo, interpretato da Himesh Patel, ciò che ha sentito: tutte le promesse non mantenute. Il canto delle sirene, collocato in una posizione centrale del film, obbliga Ulisse ad affrontare le conseguenze delle sue scelte. Quel canto, infatti, gli mostra tutto ciò che più desiderava per poi sottrarglielo e rivelargli che, in realtà, corrispondeva a ciò che già aveva e che non può più avere. Nel caso di Ulisse si intendono la sua famiglia, la sua casa, gli anni, ma anche i compagni morti sotto la sua guida e un mondo non devastato dalla guerra.
Poseidone, invece, viene soltanto citato. Il dio non ha un corpo, ma il suo viso è quello del mare. La profondità delle acque, la tempesta e la calma piatta sono i modi in cui parla a Ulisse, ostacolando il suo ritorno a casa. Il mare, nella mia chiave di lettura, rappresenta qualcosa che l’eroe non può controllare o raggirare con il suo intelletto. Soltanto alla fine del film, Ulisse accetta il suo destino e rinuncia a ogni difesa. Calipso gli dice: “Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai ancora mai fatto, Ulisse”.
Le prime scene si svolgono a Itaca e assumono la funzione di prologo. Telemaco, interpretato da Tom Holland, e Penelope, interpretata da Anne Hathaway, resistono e sperano ancora nel ritorno di Ulisse. A loro si affianca Eumeo, interpretato da John Leguizamo, il capraio cieco che non ha mai smesso di essere fedele al suo padrone e amico, prendendosi cura dell’amato Argo. Il palazzo viene preso d’assalto continuamente da numerosi pretendenti, tra i quali spicca l’Antinoo di Robert Pattinson, che vogliono ottenere il potere sposando la bellissima e saggia Penelope. La regina, però, filando e sfilando la sua tela ogni giorno da anni, continua a sedere su quel trono “vacante”. I pretendenti, talmente avidi, non vogliono solo la mano di Penelope, ma anche la morte dell’erede al trono. Telemaco, sotto il consiglio di un mendicante, si dirige a Sparta per avere delle notizie sul padre. Prende la via del mare, nonostante il maggiore rischio a cui sarebbe stato esposto.
Ulisse, invece, si trova sull’isola di Ogigia, abitata dalla ninfa Calipso. Sette anni prima, l’eroe era giunto su quelle spiagge trasportato dai resti della sua nave. Calipso lo curò dandogli da mangiare dei fiori di loto, in modo che la pena del corpo fosse maggiore di quella della mente. I due vivono per anni insieme, ma la loro felicità è il frutto di un’illusione. Calipso invoglia Ulisse a smettere di mangiare il fiore di loto, che gli annebbia la memoria, soltanto quando vede che qualcosa in lui si sta smuovendo. È a questo punto che comincia il racconto di ciò che ha seguito la distruzione di Troia. Ogni tappa del viaggio di ritorno non ha avvicinato gli uomini di Ulisse a casa, come tanto desideravano, ma alla morte. Conoscono Polifemo, il figlio del dio Posidone, il cui accecamento scatenerà venti contrari e onde letali. Giungono, in seconda istanza, presso la terra dei Lestrigoni. Si tratta di giganti antropofagi che distruggono la flotta, tranne una nave. Smarriti e affamati, sbarcano sulle spiagge dell’isola di Eea. Qui incontrano la maga Circe, interpretata da Samantha Morton. Tutti gli uomini vengono trasformati in porci, soltanto Ulisse non cade nel tranello. La Circe di Morton dice di dispensare delle verità e di aver rivelato, trasformando l’equipaggio in animali, la reale natura di quegli uomini. Nolan decide di non rappresentare una maga seduttrice e ammaliante, ma una creatura ferita, che invita Ulisse a non scampare alla ferocia dei suoi uomini per disciplina e dedizione. Le depredazioni, gli stupri e i massacri da loro compiuti non sono, ai suoi occhi, atti di fedeltà al proprio generale, ma necessità insite in ogni uomo. Sarà lei, infine, a indirizzarli verso l’oltretomba. Su una spiaggia dalla sabbia nerissima, Ulisse può vedere i morti, attirati dal sacrificio di due capre: Agamennone, interpretato da Benny Safdie, vuole sapere se è stato vendicato e dice a Ulisse di tornare a casa, ma senza aspettarsi ghirlande ed encomi, osservando “dal basso” la situazione che si è creata in sua assenza; Sinone, un personaggio che non compare nell’Odissea ma nell’Eneide, esprime la rabbia di tutti coloro che sono caduti in nome di questa guerra e guidati dal generale più scaltro di tutta la Grecia e, inoltre, chiede che sia restituita ad Antinoo la sua infamia; Tiresia indica a Ulisse la strada da percorrere e lo avverte dei pericoli che incontrerà sulla strada: le sirene, il gorgo Cariddi, il mostro Scilla, la tentazione di cibarsi del bestiame sacro del dio Sole. Pur avendo perso qualche uomo, attraccano sull’isola del dio Sole. Passano i giorni e l’equipaggio soffre la fame: di nascosto, mangiano le vacche. Ciò determinerà la loro morte e la salvezza del solo Ulisse.
Telemaco raggiunge Sparta sotto la guida di Mentore. Incontra il re e la regina. La prima a riconoscere Telemaco è proprio Elena, interpretata da Lupita Nyong’o, attraverso la cui voce apprendiamo della vendetta di sua sorella gemella Clitemnestra su Agamennone. Menelao, interpretato da Jon Bernthal, che era nella pancia del cavallo insieme a Ulisse, offre al giovane la narrazione della guerra dalla prospettiva di qualcuno che ne ha fatto parte e una descrizione fedele del padre, più di quanto non lo fossero state tutte quelle ascoltate negli anni da mendicanti farlocchi. I due racconti principali, quello del re di Itaca e quello del re di Sparta, alla fine del film si sovrappongono. Le strade di Telemaco e Ulisse, finalmente, si incrociano.
A Itaca si consuma il terzo atto di questa storia. Telemaco è tornato sano e salvo a casa. Penelope, non riuscendo a sostenere la vista del crollo della propria civiltà, mette in atto il suo ultimo inganno: avrebbe sposato chiunque, fra i pretendenti, fosse riuscito a incordare l’arco di Ulisse e a lanciare una freccia esattamente attraverso dodici asce. Nessuno, tranne il mendicante – Ulisse –, riesce a superare la sfida. Svelata la sua identità, il re di Itaca si batte contro i pretendenti e, stremato, si abbandona fra le braccia di Penelope. Il finale, diverso da quello omerico, vede Ulisse scegliere l’esilio. Itaca, adesso, è nelle mani di una generazione che ignora gli orrori della guerra, quella di Telemaco.
Torniamo, però, alla domanda iniziale. Avevamo la necessità di vedere The Odyssey? Nolan, con questo film, dà voce a tutte le sue ossessioni: il tempo, il rimpianto, la responsabilità… Si tratta di un film del quale, in primo luogo, il suo regista aveva bisogno. In Ulisse, infatti, si possono facilmente rivedere tratti di tutti i protagonisti dei film del regista, dal Cavaliere Oscuro a Oppenheimer. Si chiude un cerchio, in un certo senso anche per Nolan, il quale nel 2004 perse l’occasione di dirigere “Troy” (Wolfgang Petersen, 2004) e finì per iniziare l’altrettanto ambizioso progetto della saga del Cavaliere Oscuro. In Ulisse rivediamo un Batman che deve difendere la sua Gotham, un Joseph Cooper che non vede sua figlia crescere e anche un Robert Oppenheimer, che deve convivere con la responsabilità di aver creato la bomba atomica.
A mio avviso, non soltanto avevamo la necessità di sederci in sala, ma anche l’urgenza. Christopher Nolan, pur non attenendosi al copione originale, ha instillato in me una curiosità nuova per l’Odissea e per i suoi personaggi. Nolan è riuscito a rendere una storia risalente a più di tremila anni fa attuale e comprensibile al pubblico. La storia di Ulisse si presta, infatti, a raccontare la natura dell’uomo e la sua tendenza a dimenticare, ripetendo gli stessi errori di chi è venuto prima. Nell’ultima scena, una delle più emozionanti, Ulisse afferma: “Un’altra alba disperderà l’oscurità dal mondo e i nostri errori saranno di nuovo dimenticati”.
Credo che il regista ci abbia regalato una rappresentazione di Ulisse in cui tutti si possono immedesimare perché, nessuno escluso, si è sentito almeno una volta nella vita perso nella profondità del mare, senza le forze per tornare alla propria Itaca.






