Intervista impossibile. Punta della Campanella, la soglia del desiderio: «Non sono la fine della terra. Sono l’inizio dello sguardo»
Arrivo quando il cielo è ancora sospeso tra notte e giorno. Non c’è un vero orario per incontrarla: bisogna solo mettersi in cammino e accettare che il tempo rallenti. Il sentiero si apre tra rocce e macchia mediterranea, e passo dopo passo il mondo resta indietro. Quando finalmente la raggiungo, il sole comincia a filtrare oltre i Monti Lattari e Capri galleggia in una luce incerta. Davanti a me si distende l’ultimo tratto della Penisola Sorrentina: da un lato il Golfo di Napoli, dall’altro quello di Salerno. Un tempo la chiamavano Promontorium Minervae. Oggi è Punta della Campanella.
Mi fermo in vista dell’antica torre anticorsara, ho la sensazione che mi stesse aspettando
Tutti dicono che qui finisca la Penisola Sorrentina. Si sente davvero la fine di qualcosa?
È un curioso equivoco. Gli uomini hanno sempre avuto il vizio di chiamare “fine” ciò che, in realtà, è una soglia. Voi arrivate fin qui pensando di essere giunti all’ultimo punto possibile. Io, invece, da migliaia di anni vedo soltanto inizi. Da qui cominciano il mare aperto, le partenze, le rotte, le domande. Non sono la fine della terra, ma io sono il luogo in cui la terra smette di trattenervi.
Forse è per questo che tanti descrivono questo posto come qualcosa di difficile da spiegare.
Perché non basta guardarmi, bisogna attraversarmi: io non sono mai stata una meta, bensì un percorso. Voglio dire che il sentiero che conduce fin qui serve a spostare un corpo nello spazio, certo, ma soprattutto a cambiare il suo ritmo. Ad ogni passo il rumore del mondo si allontana, e quando finalmente si arriva sulla punta non è il paesaggio a essere cambiato, ma chi lo osserva.
Prima ancora di chiamarsi Punta della Campanella, lei era il Promontorium Minervae. Quanto resta di quel passato?
Più di quanto immaginiate. I nomi cambiano, ma continuano a vivere gli uni dentro gli altri. Prima ancora che i Romani mi chiamassero Promontorium Minervae, qui arrivavano popolazioni italiche, mercanti, naviganti e pellegrini diretti al santuario di Minerva. Per secoli quella memoria rimase nascosta, finché, nel 1986, l’archeologo Mario Russo riuscì a interpretare una lunga iscrizione in lingua osca incisa sulla roccia. Non era una preghiera né una dedica alla dea, ma il resoconto di un’opera pubblica: tre magistrati sanniti di Minerva ricordavano di aver fatto costruire e collaudare l’approdo che conduceva al santuario. Mi piace pensare che quella pietra abbia aspettato oltre duemila anni qualcuno capace di ascoltarla di nuovo. È la prova che la mia storia non comincia con Roma e nemmeno con la Grecia. Ogni civiltà ha creduto di essere la prima a nominarmi; in realtà ha soltanto aggiunto un nuovo strato a una memoria molto più antica. I luoghi non dimenticano: accumulano.
E la campana? È solo una leggenda?
Le leggende sono il modo con cui gli uomini conservano le cose che non vogliono perdere. Si racconta che una campana chiamasse i naviganti, avvertendoli del pericolo e guidandoli verso la salvezza. Altri dicono che il suo suono salga ancora oggi dagli abissi nelle giornate di mare quieto. Io non saprei dirle quale racconto sia vero. So soltanto che ogni civiltà ha sentito il bisogno di attribuire una voce a questo promontorio: prima una dea, poi una campana, domani, forse, qualcos’altro. Cambiano le parole; resta il bisogno umano di dare un senso a questo confine.
Da qui sono passati mercanti, soldati, pellegrini, pirati, viaggiatori del Grand Tour, escursionisti. Chi ricorda con maggiore affetto?
Quelli che non avevano fretta. I pellegrini si fermavano a guardare il mare prima ancora di pregare. I contadini conoscevano il nome di ogni pietra. I pescatori distinguevano i venti senza bisogno di strumenti. Più tardi arrivarono gli studiosi, gli artisti, gli stranieri del Grand Tour, che cercavano qui non soltanto un panorama, ma un’idea di Mediterraneo. Ognuno mi ha lasciato qualcosa. Perfino chi è rimasto pochi minuti, se ha imparato davvero a guardare.
Lei parla spesso del cammino. Perché è così importante?
Perché il sentiero è parte di me quanto la roccia su cui siamo seduti. C’è una differenza enorme fra arrivare e conquistare un luogo passo dopo passo. La distanza prepara lo sguardo e la fatica seleziona il desiderio, ma se eliminate il cammino, non accorciate soltanto il percorso: trasformate il significato dell’arrivo. È come leggere soltanto l’ultima pagina di un romanzo.
Negli ultimi anni, però, proprio quel sentiero è stato al centro di accese discussioni.
Lo so. Ho visto ruspe, cemento, tubazioni, muri nuovi. Ho ascoltato tecnici, amministratori, ambientalisti, archeologi, botanici, giuristi, abitanti. Ognuno parlava di me, ma spesso dimenticava di chiedersi chi fossi davvero. Il problema non è mai stato soltanto un materiale o un cantiere, quanto invece la modifica del modo in cui un luogo viene attraversato, cioè la modifica del modo in cui viene immaginato. Il paesaggio è certamente fatto di rocce, piante e monumenti, ma soprattutto di esperienze.
Quindi non teme il cambiamento?
No, i luoghi cambiano continuamente: cambiano le piante, i sentieri, perfino le coste. Io temo soltanto i cambiamenti che dimenticano ciò che esisteva prima. Ogni epoca ha il diritto di lasciare una traccia, ma nessuna ha deve comportarsi come se fosse la prima.
Secondo lei il paesaggio è un dialogo tra uomini e natura. Ma è ancora possibile?
È l’unica possibilità che avete. Per secoli mi avete attribuito dèi, santi, sirene, torri, fari, campane, leggende. Pensavate di descrivere me, quando invece stavate descrivendo voi stessi. Un paesaggio non riflette soltanto la natura, ma soprattutto il modo in cui una comunità decide di abitare il mondo.
Se potesse rivolgersi agli abitanti della Penisola Sorrentina, che cosa direbbe?
Di tornare ogni tanto fin quassù senza un motivo preciso. Non per fare un’escursione, né per allenarsi o per pubblicare una fotografia. Tornate per ricordare dove finisce la vostra terra. O, meglio ancora, dove ricomincia.
E ai visitatori?
Di non chiedermi soltanto un panorama. I panorami si dimenticano. Cercate piuttosto una domanda da portarvi via. Se, tornando a casa, vi sorprenderete a pensare ancora a questo sentiero, al vento, ai due golfi, al tempo impiegato per arrivare fin qui, allora avrò fatto ciò che faccio da millenni: non mostrarvi un luogo, ma cambiare, anche solo per un istante, il vostro modo di guardare il mondo.
Resto ancora qualche minuto affacciato sulla scogliera. Davanti a me il mare sembra dividere continenti, epoche e destini; invece li unisce. Mentre torno indietro, mi accorgo che la Punta della Campanella aveva ragione. Non ricordo soltanto ciò che ho visto. Ricordo soprattutto il cammino necessario per arrivarci. E forse era proprio questo che, da sempre, cercava di insegnarmi.






